“E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza ed armonia”.
Dante, Convivio I, vii, 14
Quanto vale, oggi, per l’opera di Pier Paolo Pasolini, questa sentenza così nettamente irrefutabile di Padre Dante?
Secoli di pratiche traduttive e di più recente teorizzazione traduttologica sembrano approvare e confermare l’opinione dell’Alighieri. E, per far riferimento alla sua Opera, in corpore nobilissimo, per così dire, quanta parte della ‘dolcezza’ e dell’‘armonia’ si perde e, forse, quant’altro (poco o molto) si acquista?
Pier Paolo Pasolini sarebbe stato il primo a consentire con (il suo e nostro) Padre Dante. Ma, di sicuro, si sarebbe altresì ricordato dell’articolo programmatico di M.me de Staёl “Sull’utilità delle traduzioni” (scritto in francese e tradotto da Pietro Giordani, letterato eccellentissimo, più noto oggi, soltanto e soprattutto, come amico mentore di Giacomo Leopardi), apparso nel 1816 sulla Biblioteca Italiana, organo ideologicoculturale degli italofoni austriacanti a cui si contrapporrà l’illuministico-romantico Conciliatore, che apre di fatto non solo un nuovo capitolo sul tema ma, soprattutto e appunto, la polemica classico-romantica in Italia e, allo stato nascente, il Risorgimento per l’unità nazionale della penisola. Ecco le primissime righe dell’intervento:
“Trasportare da una ad altra favella le opere eccellenti dell’umano ingegno è il maggior benefizio che far si possa alle lettere; perchè sono sì poche le opere perfette, e la invenzione in qualunque genere è tanto rara, che se ciascuna delle nazioni moderne volesse appagarsi delle ricchezze sue proprie, sarebbe ognor povera: e il commercio de’ pensieri è quello che ha più sicuro profitto”.
Per i patrioti lombardopiemontesi che in modo apparentemente paradossale si schierano con la Staёl (mentre proprio i puristi austriacanti la ignorano imbarazzati), tradurre dalle altre lingue e verso le altre lingue europee significa, nello stesso tempo, essere cittadini del mondo e fautori della propria Lingua e della propria Nazione. Lo sanziona in quegli stessi anni Alessandro Manzoni:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor. (Marzo 1821, vv. 29-32).
I patrioti risorgimentali volevano le traduzioni, cioè le altre lingue e culture e sembravano poco nazionali(sti) e molto esterofili. I puristi, quelli che tutelavano l’irriducibilità della lingua (e della cultura) italiana alle influenze (tendenzialmente invasive) straniere, di fatto si rendevano sempiterni sudditi dell’Imperial Regio Governo austro-ungarico[1].
Insomma, tradurre e essere tradotto porta sempre contraddizione.
Ma, a voler tirare una conclusione pur provvisoria da queste manifestazioni storico-culturali, di traduzioni c’è bisogno, anche a costo di perdere un poco o del tutto le componenti pur qualificanti della ‘dolcezza’ e dell’‘armonia’.
Di più, tradurre significa ricercare appunto il nuovo, il non detto e non scritto e ciò, per un Autore, val bene la rinuncia, almeno parziale, alla peculiare originalità poietica.
Si pensi allo stesso Nostro, che si dà a tradurre i classici: Virgilio, nei peraltro non pochi versi iniziali del canto I dell’Eneide, resi in italiano intorno al 1959, mentre è del 1961 il Vantone, una versione in romanesco del Miles gloriosus di Plauto.
Sono anni fervidi per il letterato Pasolini, quelli a cavallo tra gli ultimi anni Cinquanta e i primi Anni Sessanta. Le traduzioni diventano una sorta di officina di crogiuolo delle prove euristiche tra codici espressivi e comunicativi contigui alla letteratura, soprattutto il cinema e il teatro, come mostra in maniera altrettanta avvertita l’attenzione dedicata ai lirici e ai tragici greci: dai frammenti di Saffo tradotti in gioventù fino all’Orestiade tratta dall’Orestea di Eschilo e finalizzata a una messinscena teatrale, che tanto fece discutere operatori e studiosi di professione per l’approccio, per così dire, tutto prevalentemente ‘poetico’ ai versi classici da parte del lettore (troppo) moderno. Ma non vanno dimenticati altri abbozzi traduttivi come per l’Antigone e Le Trachinie di Sofocle e le ideali trasposizioni nella mente poietica dello scrittore che si fa regista nei film dedicati ai personaggi della classicità greca, come Medea e Edipo.
Per Pasolini, in realtà, come per ogni grande scrittore, tradurre è leggere criticamente un’opera altrui situata nel tempo e nello spazio. L’atto critico-ermeneutico s’innalza, perciò, dai riscontri saggistici come dalle sperimentazioni operative, fino alla qualità creativa della nuova immagine artistica.
Pasolini traduttore rimane, comunque e sempre, artista e avrebbe volentieri accettato, a differenza del contrariato imputato Vincenzo Monti, l’acidula definizione di Ugo Foscolo di “gran traduttor de’ traduttor’ d’Omero”.
E, allora, potrebbero le traduzioni delle opere pasoliniane effettuate, ormai, in moltissime lingue, differenziarsi da tale consistente e pressoché istituzionalizzata condensazione storico-artistico-culturale?
Molto ci sarà da fare ancora, anche a partire dagli esiti di questi anni fervidi e intensi. Perché dell’Opera di Pasolini non si può fare a meno e, pur sapendo di non attingere fino in fondo la sua ‘dolcezza’ e la sua ‘armonia’, il mondo può oggi accogliere, sempre più, il suo messaggio, non ellitticamente profetico, bensì di ‘antesignano’ prefiguratore del destino successivo e futuro degli uomini in società[2].
Contro ogni ‘universo orrendo’ e, appunto, verso la ‘dolcezza’ e l’‘armonia’.
[1] *Avvertenza. Si pubblica, in questa sede, una parte dell’intervento reso per il volume Pasolini nelle lingue del mondo. Un’opera tradotta e da tradurre, a cura di Angelo Favaro e Maura Locantore, Venezia, Marsilio, 2026, pp. 11-13.
Si è preferito non appesantire di eccessivi riscontri bibliografici e testuali il contributo, che mira a enucleare sinteticamente la questione. Cfr., in ogni caso, le Opere di Pasolini nei “Meridiani Mondadori”, in particolare P.P. Pasolini, Tutte le poesie, vol. II, a cura di W. Siti, Milano 2003 e Teatro, a cura di W. Siti, S. De Laude, Milano 2001.
Può bastare, almeno per una pur sommaria rivisitazione della temperie classico-romantica primottocentesca, il mio Rino Caputo, Ludovico Di Breme in “Moderna”, semestrale di teoria e critica della letteratura, XX, 1/2, 2018, pp. 93-100.
[2] AA.VV., Pasolini antesignano, a cura di Giulio Ferroni e Maura Locantore, Marsilio, Venezia, 2025.
Rino Caputo
già Presidente del Comitato Scientifico Internazionale
per la ricorrenza centenaria della nascita di Pier Paolo Pasolini
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