Eduardo De Filippo e il suo dialetto

Eduardo De Filippo ha usato il dialetto napoletano come linguaggio dell’anima, del popolo e della verità in tutte le sue commedie, ma in ognuna lo ha modulato in modo diverso: ora comico, ora tragico, ora poetico.

Eduardo De Filippo ha usato il dialetto napoletano come linguaggio dell’anima, del popolo e della verità in tutte le sue commedie, ma in ognuna lo ha modulato in modo diverso: ora comico, ora tragico, ora poetico.  In “ Natale in casa Cupiello” (1931), Eduardo usa il dialetto per esprimere tenerezza unita ad un senso di amara ironia.
“ Te piace ‘o presepe?” è una frase apparentemente semplice che diventa , però, simbolo del fallimento del dialogo tra generazioni . Il dialetto qui è paterno, affettuoso, ingenuo, ma viene respinto. In “ Filumena Marturano” (1946), il dialetto evidenzia la forza, la giustizia, l’identità femminile . “ I figli so’ figli…e so’ tutte creature ‘e Dio !” è la battuta con la quale Filumena usa il dialetto potente, materno, viscerale, ancestrale  e sacro per affermare la sua dignità in una società maschilista.

Diverso è l’uso del dialetto in “ Questi fantasmi !” ( 1945) , commedia  in cui Eduardo gioca con il confine tra realtà e immaginazione : il protagonista parla spesso con i fantasmi , ma in realtà cerca solo di illudersi di avere una vita migliore. “ Signori fantasmi…io ve rispetto! E ve ringrazio pure, pecchè ‘sta casa, senza ‘e vvuje sarebbe stata ‘na prigione!” Allora il dialetto ha il fine di  sdrammatizzare il dramma, come strumento di sopravvivenza emotiva.

In “ Napoli milionaria!” ( 1945), il testo rappresenta la denuncia sociale mista alla speranza. La battuta finale memorabile “Ha da passa’ ‘a nuttata.” è una sospensione tra speranza e rassegnazione, detta con una dolcezza ed un’amarezza tutte napoletane , ma rappresentando una resilienza collettiva, non solo napoletana.

In “ Sabato, domenica e lunedì “ (1959), infine, il dialetto è usato per evidenziare le dinamiche familiari, le tensioni quotidiane. Le liti familiari diventano melodie del vivere comune, fatte di frasi taglienti, proverbi e ironie che solo in napoletano suonano vere.

“  va buono, Rosa… tu mi hai fatto ‘o ragù. Ma che significa?  P’ ‘o ragù io me l’aggia scurdà tutto chello che è succiesso?”

è la battuta in cui il dialetto napoletano accentua il senso di ferita personale , la gelosia repressa , il rancore che emerge con ironia e dolore.

“ Io scrivo in dialetto, ma per farmi capire da tutti. “ Eduardo De Filippo

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