di Dante Ceccarini
È ben noto che l’opera di Pasolini è sterminata e plurale, essendosi manifestata in moltissime forme d’arte: poesia, narrativa, cinema, giornalismo, teatro, polemica politica, testi per canzoni, pittura, eccetera eccetera.

Ma Pasolini è stato anche uno studioso e un profondo conoscitore dei dialetti italiani, riconoscendone l’importanza, la vitalità, la “verginità” in quanto lingua del popolo nelle sue classi meno abbienti (contadini, pastori, piccoli artigiani, ecc.) e soprattutto sottolineando la “capacità poetica” del dialetto, elevandolo a genere letterario.

Lo scrittore inizia a parlare di dialetto e della sua difesa già a partire dagli anni Quaranta, da quando aveva poco più di 20 anni, ancora durante la guerra, con i suoi studi e i suoi libri sul dialetto, con le sue poesie in friulano di Casarsa della Delizia (paese natìo materno) e con una serie di azioni (fondazioni di centro studi dialettali, fondazione di accademie dialettali friulane) tra il 1944 e il 1958.
Il suo rapporto con il dialetto sarà sempre e prima di tutto passionale ed emozionale: col friulano delle poesie giovanili delle Poesie a Casarsa, ma anche col romanesco di Ragazzi di vita, Una vita violenta e Accattone; col napoletano del Decameròn o l’abruzzese del Vangelo secondo Matteo.
Pasolini coglieva nel dialetto l’ultima sopravvivenza, l’ultima frontiera di ciò che ancora è puro e incontaminato, vergine e di conseguenza “sacro”. Per questo motivo il dialetto necessitava di essere “protetto”, perciò nel 1943 aprirà una scuola per l’insegnamento del friulano accanto all’italiano.
L’esperimento verrà bloccato sul nascere dal provveditorato di Udine, come imponeva il regime fascista che riconosceva solo la lingua italiana e non quella dialettale. Tuttavia, Pasolini lo riproporrà due anni più tardi con la fondazione dell’Academiuta di lenga furlana, che era una sorta di laboratorio linguistico attraverso il quale si cercava di trascrivere il friulano occidentale in forma scritta (di conseguenza nobilitandolo), fino ad allora realtà linguistica soltanto orale, rintracciandone le radici storiche nel Trecento e nella tradizione romanza. Nel 1944 Pasolini lavora all’uscita della rivista in casarsese, denominata Stroligut di cà de l’Aga. Nel primo numero dello Stroligut il poeta parla della scelta e dell’intrinseco valore del dialetto come possibilità lirica. Nella traduzione italiana dal casarsese afferma:
“Ma se a qualcuno gli venisse l’idea? Voglio dire l’idea di usare il dialetto per esprimere i suoi sentimenti, le sue passioni? No, tenete ben a mente, non per scrivere due o tre stupidate da far ridere, o per raccontare due o tre vecchie storielle del proprio paese (perché allora il dialetto resta dialetto, e basta lì), ma con l’ambizione di dire cose più elevate, difficili, magari; se qualcuno, insomma, credesse di esprimersi meglio con il dialetto della sua terra, più nuovo, più fresco, più forte sì, non la lingua nazionale imparata nei libri? Se a qualcuno viene l’idea, ed è capace di realizzarla, e altri che parlano lo stesso dialetto, lo seguano e lo imitino, e così, un po’ alla volta, si accumula una buona quantità di materiale scritto, allora quel dialetto diventa <<lingua>>. La lingua sarebbe così un dialetto scritto usato per esprimere i sentimenti più alti e segreti del cuore.”
Partendo da Dialet, lenga e stil del 1944, in cui si analizza il rapporto tra la lingua nazionale e il dialetto locale, sono molti i testi in cui l’autore ripercorrerà le origini storiche, geografiche e culturali della tradizione orale dialettale. Ne cito solo tre, sia per l’ampiezza che le fondamentali considerazioni in essi contenuti: Sulla poesia dialettale del 1947, Pamphlet dialettale apparso tra il 1952 e il 1953, Passione e ideologia composto tra il 1948 e il 1958.

Lo scritto Sulla poesia dialettale è un’accurata analisi dei grandi autori dialettali dell’Ottocento, corredata da una fine osservazione delle influenze romantiche ottocentesche sulla scelta del dialetto come mezzo espressivo più “autentico”.
Il Pamphlet dialettale delinea invece una sovrapposizione tra la poetica romantica e la poetica veristica, esaminandone il diverso uso del dialetto: già ne I dialettali (1952) aveva sottoposto all’attenzione della critica la differenza tra l’idioma dialettale del verismo, incentrato sulla realtà esterna, e la scrittura dialettale romantica, voce dell’intimo e dell’anima.
Passione e ideologia è probabilmente, nei suoi dieci anni di stesura, l’opera più completa di Pasolini in materia. Dall’analisi storico-geografica e dalla distinzione tra generi – poesia dialettale, poesia popolare, poesia folclorica e canti militari – si passa alla critica dei singoli autori di opere in dialetto: Giovanni Pascoli, Eugenio Montale e Carlo Emilio Gadda, per citarne alcuni. Costante comunque sarà l’attenzione per la narrativa dialettale contemporanea: Sguardo ai dialettali (1947), Il friulano di Carletti (1947), Un dialettale senza dialetto (1948) dedicato al romano Mario Dell’Arco, Dialetto e poesia popolare, testo critico del 1951, Presentazione di alcuni poeti dialettali (1954), Ognun che se esprime se perde (1954) epigrafe per Giacomo Noventa, La poesia di Albino Pierro (1971). Fondamentale rimane la sua curatela, insieme a Mario Dell’Arco, dell’antologia Poesia dialettale del Novecento (1952), un’opera importante sia per il numero di poeti dialettali coinvolti, che per l’analisi fina e puntuale del poeta, che già a 30 anni, mostra una lucida e chiara visione del panorama letterario dialettale italiano.
Pasolini insiste sull’importanza dell’intraducibilità della poesia dialettale, “l’intraducibilità”, diceva, “è sempre stata la passione dei dialettali”, dove con “intraducibilità” intendeva sia la mancanza di un preciso corrispettivo italiano, sia per il valore onomatopeico del suono originario. Sottolineava appunto come il suono fosse l’unico vero e indispensabile discrimine linguistico tra dialetti affini.
Ciò che sembra interessare maggiormente lo scrittore de La meglio gioventù è l’immediatezza del linguaggio, in tutte le sue forme. E cosa c’è di più immediato del dialetto? Non sorprende, dunque, che il romanesco e la tradizione linguistica del Belli siano tra i suoi argomenti preferiti. Il Belli veniva considerato il creatore di una lingua nuova e come colui che si accorse dell’uso creativo del gergo nel dialetto romano:
“Ciò che un romano soprattutto ammira in una persona è la capacità di parlare, l’inventiva linguistica, o almeno un uso vivido delle istituzioni gergali”, dove per gergo s’intende la lingua dei “dritti”, degli scaltri, dei furbi (ladri, artigiani, operai che siano), lingua dialettale che assume un valore palesemente esibizionistico, che contraddistinguerà tanti dei personaggi pasoliniani.
C’è poi l’aspetto puramente sociale al quale si collega l’uso del dialetto: “La poesia in dialetto è fenomeno della piccola borghesia”, scriveva Pasolini, alludendo al dialetto quale specchio dei tempi, della società, dei suoi bisogni più intimi e d’evasione.
Ma soprattutto Pier Paolo Pasolini oltre che critico e studioso della letteratura dialettale fu egli stesso poeta dialettale.
E che poeta dialettale! Il suo debutto lirico avvenne all’età di vent’anni (1942) con un piccolo libro in dialetto friulano dal titolo Poesie a Casarsa, pubblicato a sue spese, composto da 14 liriche in dialetto friulano e più precisamente in quella particolare parlata di “cà da l’aga”, cioè la riva destra del Tagliamento. La prima pagina della copia anastatica del libro e la prima poesia, dal titolo Dedica, sono riportate nella home page di questo sito.
Nel 1953 esce Tal còur di un frut, una raccolta di liriche casarsesi composte in circa 10 anni e soprattutto nel 1954 pubblica per Sansoni La meglio gioventù cioè il corpus completo delle poesie in friulano, che comprende sia le poesie giovanili, revisionate, che l’inserimento di componimenti successivi, quali Suite friulana, El testament coran e Romancero.

Nel 1955 pubblica per Guanda il Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare, una straordinaria raccolta di testi popolari dialettali di vario genere: ninne nanne, canti narrativi, strambotti, villotte, stornelli, ecc., scritta percorrendo il territorio regionale italiano.
“L’intuizione pasoliniana di aver reso una lingua parlata letteraria è un’operazione che ha dello straordinario e l’uso che egli fa dell’idioma dialettale è del tutto nuovo: nulla a che vedere con la poesia vernacolare, bensì richiama la più accreditata poesia italiana ed europea. L’intento del poeta non è quello di imitare la poesia della tradizione, ma quello di innovare; egli conduce una ricerca linguistica perché è la lingua il suo centro di interesse. Il risultato ottenuto traccia un discrimine con la poesia dialettale, per cui è possibile parlare di un <<prima>> e di un <<dopo>> Pasolini, di una poesia <<tradizionale>> e di una poesia <<neodialettale>>. Lo stesso autore sostiene che con Poesie a Casarsa nasce <<quella che è forse la più tipica poetica dialettale contemporanea: il dialetto usato come un genere letterario>>” (Elena Meloni, Pasolini e il dialetto. Dagli esordi giovanili alla Nuova gioventù, Pasolini, critica e cultura, Edizioni di storia e letteratura, Fondazione Camillo Caetani Roma).
Quindi, aggiungo io, il merito di PPP è, da una parte, aver reso una lingua esclusivamente parlata in una lingua scritta e, dall’altra, e contemporaneamente, in una lingua letteraria, lirica, alta. Quindi, dall’orale allo scritto al poetico, ma scritto e poetico coincidono, sono simultanei.

Per i seguenti 20 anni Pasolini si allontana dalla cultura e lingua friulana e interrompe la sua produzione poetica in dialetto, pur continuando ad interessarsi, specialmente per i suoi film e i suoi romanzi, ad altri dialetti italiani, in particolare il romanesco. Agli inizi degli anni Settanta il poeta decide di attuare un’ulteriore revisione delle poesie giovanili, prevedendo anche un’integrazione con nuove liriche composte in quegli anni. Così pubblica nel maggio del 1975 per Einaudi la nuova versione del La meglio gioventù, con il titolo La nuova gioventù. Il libro si articola in tre sezioni: La meglio gioventù, Seconda forma de La meglio gioventù e Tetro entusiasmo (Poesie italo-friulane, 1973-74). Come afferma R. Pellegrini in I giorni di Casarsa. Per un’approssimazione al Pasolini friulano (2019) “la Nuova gioventù nel 1975, l’anno della morte, è una riscrittura nell’ottica disamorata, e pur testardamente vitale, del Pasolini corsaro. La riscrittura investe (anche con varianti multiple) la raccolta del 1954 nei suoi esiti più ariosi e levigati. Una profanazione del mito e delle sue oasi, dei suoi miraggi. Un controcanto amaro, con i suoi sottintesi di nostalgia e impotenza: parodia (tale è tecnicamente) acre e, insieme, palinodia, ritrattazione crudele della fiducia e dell’attesa, dello stesso conforto del ripiego nel passato: del regresso. Una abiura, nell’accezione propria di Pasolini”. Questa interpretazione de La Nuova gioventù era già stata, peraltro, sostenuta da Andrea Zanzotto “La nuova gioventù è un ricamminare sopra La Meglio gioventù, anche calpestandola.”. Questa nuova versione colpisce per i toni cupi e per il senso di rassegnazione, dolore e solitudine da parte del poeta. Quel clima fresco, puro, solare delle poesie di Casarsa è scomparso. Qui regna la disillusione.

L’ultimo contributo di Pasolini alla poetica dialettale e allo studio del dialetto è presente nel Volgar’eloquio, una trascrizione di un dibattito tenuto il 21 ottobre 1975 (appena un paio di settimane prima del suo assassinio) nella biblioteca del Liceo classico Palmieri di Lecce con Pasolini, da una parte, professori e studenti, dall’altra. Il tema del dibattito era “Dialetto a scuola”. Un ultimo contributo di Pasolini, volutamente ambiguo e che fu criticato da molti, come tutto la sua opera in tutta la sua vita.
Ma di questo ultimo Pasolini mi riprometto di fare un nuovo, prossimo intervento.
Dante Ceccarini
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