Proverbi, detti e modi di dire in sermonetano “medico”
articolo di Dante Ceccarini
Sarà per una mia deformazione professionale (sono medico e pediatra) oppure perché il tema della salute era particolarmente sentito (e negli scorsi secoli il confine tra la vita e la morte era sottilissimo), sarà per tutto questo che i proverbi, detti e modi dire, dedicati alla medicina e alla salute, sono numerosi. A volte fanno riflessioni filosofiche, a volte sono francamente triviali (me ne scuso), ma a volte sono molto delicati, specialmente quelli dedicati ai bambini. Si va da consigli spiccioli, “minimi”, per così dire, a vere e proprie “sentenze” incontrovertibili, inoppugnabili. Questi detti, con il tempo, sono stati tramandati oralmente da generazione in generazione e da detti sono diventati proverbi. Alcuni sono consigli di buon senso, buoni per la vita quotidiana, altri sono completamente inventati o fuorvianti dalla medicina tradizionale. In alcuni casi sfiorano la superstizione. Parlano di un po’ tutto il corpo umano e si potrebbe fare un piccolo trattato di patologia clinica.
Iniziamo con proverbi e detti di carattere generale, che in alcuni casi assumono un qualche valore filosofico:
Aglio mèdeco e aglio confessóre ci tè ta dì tutto
Al medico e al confessore bisogna dire tutto
Jó mèdeco pietóso fa la piàca puzzolènde
Il medico pietoso fa infettare la piaga
Ha fàtto la visita déglio mèdeco!
Ha fatto la visita del medico!
Cioè, una persona ha fatto una visita brevissima.
Lo male non se jó compra niciùno
Il male non se lo compra nessuno
Lo màle se fà rispettà
Il male si fà rispettare
Lo màle lo sà chi lo tè
Il male lo conosce chi lo ha
Alla casa ‘ndo réntra jó sole non réndra jó dottóre
Nella casa dove entra il sole non entra il dottore
Una casa piena di luce è un ambiente salubre.
Jó létto è catalétto
Il letto è catafalco
Allettarsi una volta equivaleva a morire, da lì a poco.
Secondo gli abitanti di Cori sono farmaci efficacissimi:
Pìrole de caglìna e gocce de cantìna
Pillole di gallina (cioè uova) e gocce di cantina (cioè vino)
Mica è ‘na schioppettàta!
Mica è un colpo di fucile!
Si usa per indicare di avere un po’ di pazienza su un determinato rimedio (esempio: una medicina o altro).
Lo male vè a cavàglio e se nné và a pédi!
Il male viene a cavallo e se ne va a piedi!
Cioè, viene in fretta e se ne va lentamente. Simile:
Lo male vè a decìne e se ne và a once
Il male viene a decine e se ne va a once
La “decina” equivale a dire 10 libbre, cioè circa Kg 3,330; invece l’oncia è 1/16 di libbra ed equivale a circa 20,82 grammi. Il proverbio ci fa capire che il male arriva in grossa quantità (“a decìne”), ma se ne va in piccola quantità, un po’ alla volta (“a once”).
Una variante “dietetica” del proverbio suddetto è la seguente:
Lo grasso vè a decìne e se ne và a once!
Il grasso viene a decine e se ne va ad once!
Cioè, si ingrassa facilmente, ma è tanto difficile dimagrire!
Niciùno ce s’ha riggiràto!
Nessuno si è preso cura di lui (o lei)!
Si usa per indicare che nessuna si prende cura di una persona malata o in difficoltà o di un anziano.
Jó scarcagnàto e j’ammalàto non li vònno jó parentàto
Il povero e l’ammalato non li vogliono il parentato
Tristemente vera.
In corese:
Alla ròbba retosóle, ci va jó dottore
Alla roba all’ombra, ci va il dottore
Questo detto si può intendere in due modi: 1) le verdure cresciute all’ombra sono scadenti, 2) le persone che non prendono sole sono sempre malaticce.
Dóppo i quarant’anni ogni ggiòrno tanti malànni!
Dopo i quarant’anni ogni giorno (porta) tanti malanni!
C’è anche la variante:
Dóppo i cinquant’anni ogni ggiórno tanti malànni!
In bassianese si va più sul generico:
Cresceno gl’anne, aumenteno i malanne
Crescono gli anni, aumentano i malanni
Di nuovo in sermonetano:
La salùte è ‘nó tesoro che niciùno sà riconósce
La salute è un tesoro che nessuno sa riconoscere
È ‘na mano sànda!
È una mano santa!
Cioè, una cura, una medicina o un’altra forma di terapia molto efficace. O al contrario:
È acqua frìsca!
È acqua fresca!
Si usa quando una terapia è stata del tutto inefficace, come appunto l’acqua fresca.
Lo rìde fà bbóno sangue
Il riso fa buon sangue
È méglio ‘na vìsita in più ‘nùtile che ‘na vìsita in mèno ùtile
È meglio una visita in più inutile che una visita in meno utile
Proverbi e detti “gastrointestinali” (!):
Quànno la trìppa è sàzzia e jó culo rènne, s’ammàzza le medicine e chi le vénne!
Quando la pancia è sazia e il sedere “produce” (cioè fa il suo dovere…), al diavolo le medicine e chi le vende!
Una variante è la seguente:
Quànno la trìppa è sàzzia e jó culo rènne, s’ammàzza le medicine, chi le dà e chi le vénne!
Quando la pancia è sazia e il sedere “produce”, al diavolo le medicine, chi le da e chi le vende!
In questo caso è coinvolto sia il medico che il farmacista!
Leggermente diversa in corese:
Finché la ócca tòglie e jó culo rènne, me ne frego delle medicine e de chi le vénne
Finché la bocca funziona e il sedere “produce”, me ne frego delle medicine e chi le vende
La polènda prima t’abbòtta e dóppo t’allènta
La polenta sazia subito ma poi dà diarrea
N’accìde più jó cannarìle che la spada
Uccide più la gola che la spada
Per gli stravizi gastronomici. È una variante di:
N’accìde più la léngua che la spada
Uccide più la lingua che la spada
Regole per una buona digestione ed una buona salute a tavola:
Lo magnà tè ta èsse: la matìna da re, jó ggiórno da prìngipe e la séra da poràccio
Il mangiare de essere: a colazione da re, a pranzo da principe e a cena da povero.
L’uva néra fà crésce le zìnne
L’uva nera fa crescere le mammelle
Convinzione paesana!
Chi non càca cacherà, chi non pìscia creperà!
Chi non defeca, prima o poi lo farà, chi non urina morirà!
Questo proverbio, al di là della sua prosaicità, ha un fondamento scientifico. Mentre la stipsi, prima o poi passa, l’anuria (cioè la completa mancata emissione di urina) porta all’insufficienza renale e quindi inevitabilmente alla morte. D’altronde questo era già stato intuito dai medici della Scuola Salernitana.
Jó spécchio déglio stòmmaco è la léngua
Lo specchio dello stomaco e la lingua
Cioè, dal colore e dall’aspetto della lingua si capisce se ci sono problemi gastrici o digestivi. O almeno così si credeva.
Tené jó torcimàzze
Avere il volvolo
Il volvolo è l’arrotolamento patologico di una parte dell’intestino che inevitabilmente porta alla peritonite. “Torcimàzze” letteralmente significa “torci-intestini”.
Rinfaccià lo magnà
Tornare su ciò che si è mangiato
Reflusso gastro-esofageo.
Córpo che non màgna è ggià magnàto
Corpo che non mangia è già mangiato
Si può intendere in due modi: 1) chi non ha fame ha già mangiato, oppure 2) chi non mangia sarà mangiato…dai vermi! Una maledizione!
Tené i dulùri alla trìppa ta ‘ntorcinàsse cómme ‘na sèrpe
Avere mal di pancia da contorcersi come una serpe
Eccessivo dimagrimento:
Tené la trìppa rificcàta pe’ ddéndro
Avere la pancia rientrata dentro
Cioè, essere molto magri o aver avuto un dimagramento eccessivo.
Ritiràsse cómme ‘na coppiétta
Ritirarsi come una coppietta
Cioè, dimagrarsi, asciugarsi come una “coppietta” (il lembo di carne di maiale o altra carne appeso ad asciugarsi).
Ritiràsse cómme ‘na cucchiarèlla
Dimagrire (ma anche incurvarsi) come un cucchiaio
Apparato polmonare e dintorni (!):
Dà o fàsse dà ‘na bussàta
Dare o farsi dare una bussata (letteralmente)
Cioè, visitare o farsi visitare da un medico. La “bussàta” è la percussione.
La ‘nfluènza se tè ta fà sfogà
L’influenza deve farsi sfogare
Cioè, deve fare il suo decorso. Consiglio, ante litteram, al non uso degli antibiotici nell’influenza.
Tené la raganèlla
Avere la raganèlla
La raganèlla è un suono della voce catarroso, un po’ rauco, quasi un rantolo. Non indica necessariamente una malattia grave, ma può essere l’inizio di una forma da raffreddamento.
Tené ‘na rèuma
Avere una forma da raffreddamento
Tené la capòccia gónfia cómme ‘nó pallóne
Avere la testa gonfia come un pallone
Così ci si sente quando si è un po’ influenzati.
Tené lo màle fìno
Avere il “mal sottile”
Cioè, la tubercolosi. Era detta “male sottile” o “male fino” perché provocava la consunzione ed il deperimento, con conseguente dimagramento, della persona colpita.
Tené la crùppe
Avere il “croup”
Cioè la difterite, che nei tempi passati (non esistendo ancora antibiotici e vaccini) era spesso letale. Il temine “croup” (“crùppe” in sermonetano) deriva dall’inglese “to croup”, cioè “gridare a voce rauca”. Veniva detto così perché la difterite provocava la formazione di membrane (detto “pseudomembrane”) in gola che ostruivano la respirazione e quindi il poveretto colpito dalla malattia moriva di soffocamento.
Tené la tósse convùrza
Avere la tosse convulsa
La pertosse era una malattia molto grave, specialmente nei bambini, quando ancora non esistevano antibiotici e vaccini.
Tené ‘nó cimùro
Avere un forte raffreddore
Tené ‘na plèure dóppia
Avere una pleurite doppia
Avere ‘na pormonìte dóppia
Avere una polmonite doppia
Cardiologia (o quasi…):
M’ha zigliàto ‘na goccia de sangue ‘mbétto!
Ho avuto un forte dolore trafittivo al petto!
Lo “ziglià” è l’avere un dolore improvviso di tipo trafittivo, momentaneo, puntorio, al petto, un dolore pseudo-anginoso essendo un dolore intercostale e quindi non cardiaco, ma muscolo-tendineo. Viene paragonato, nell’immaginario sermonetano, ad una “goccia di sangue” che “passa” nel cuore e dà appunto questo tipo di dolore.
Apparato osteoarticolare (!):
Jó più sano tè la zàmba rótta
Il più sano ha la gamba rotta
Cioè, di tutta una serie di persone quello che sta meglio ha la gamba rotta.
Significato simile ha il seguente:
Jó rùtto porta jó sano
Il rotto (la persona malmessa) porta il sano
Tené ‘na riprenzióne
Avere dei dolori muscolari dopo un intenso esercizio fisico.
Dolori provocati dall’accumulo di acido lattico nei muscoli.
Tené l’òssa ‘nchiatràte
Avere le ossa anchilosate
Tené i muscoli ‘ngordìti
Avere i muscoli induriti, contratti
Scrocchià le òssa
Le ossa, durante i movimenti, a causa dell’artrosi, fanno rumore
Dermatologia (!):
Nèo pelùso mai pericolùso
Neo peloso mai pericoloso
Te sì combinàto cómme Sa’ Làzzaro!
Sei combinato come San Lazzaro!
Questa espressione si usa per indicare una persona piena di piaghe o ustioni cutanee. Deriva dalla parabola di Gesù del mendicante Lazzaro e del ricco Epulone nel Vangelo di Luca: il mendicante Lazzaro, ai piedi della tavola del ricco Epulone, si sfamava con le briciole della tavola ed era ricoperto di piaghe e vestito di stracci; alla sua morte andò in Paradiso, mentre il ricco Epulone andò all’Inferno. L’espressione viene usata oggi soprattutto dalle mamme che vedono il proprio figlio ricoperto di scottature (eritema di I grado) e bolle (ustione di II grado) al mare durante la stagione estiva (si dice anche: sì rùscio cómme Sa’ Làzzaro). Un’altra ipotesi dell’origine del detto potrebbe collegarsi al Lazzaro resuscitato da Cristo, che prima di morire era ricoperto di piaghe.
Simile è questo modo di dire:
Te sì ridùtto a Ecce homo!
Ti sei ridotto come Gesù Cristo!
Ecce homo, dopo la fustigazione e l’incoronazione di spine.
La puntùra se stà a còglie
L’iniezione sta andando in suppurazione
Cioè, si forma un ascesso cutaneo.
Tené ‘no pìlo tórto
Avere un pelo torto
Si dice di una persona che si lamenta moltissimo pur avendo un disturbo leggerissimo e di nessuna importanza (appunto un pelo torto).
Tené jó sfògo
Avere un esantema
Tené l’amatòma
Avere un ematoma
Tené ‘nó cicuìno grùsso cómme ‘nó portogàllo
Avere un foruncolo grosso come un arancio
Capitolo neurologico e psichiatrico:
Tené jó bbàllo de San Vito
Avere il ballo di San Vito
Cioè, non avere un momento di pace, non stare mai fermi. Il modo di dire deriva da una malattia, la corea di Sydenham o corea infettiva o corea reumatica o, appunto ballo di San Vito. È un tipo di encefalite, caratterizzata da rapidi movimenti a scatto non coordinati, che si verificano soprattutto nel viso, nelle mani e nei piedi e con possibili postumi costituiti da tic e tremori: da qui trae origine questo modo di dire. San Vito è un santo martire cristiano, morto nel 303 d.C., patrono dei danzatori. E la corea di Sydenham assomiglia molto ad una danza!
Me trèma la vita!
Mi trema la vita!
Frequente modo di dire delle persone anziane (di Sermoneta e non solo) per indicare vari stati d’animo: paura o depressione o malinconia o anche arrabbiatura. La “vita” è qui intesa come una parte anatomica, corrispondente all’incirca ad una fascia addominale, gastrica ed epigastrica.
Tè le cerevèlla cómme le sprùglia delle cepólle!
Hai il cervello come le bucce delle cipolle!
Cioè, di nessuna consistenza, leggerissime e che volano al minimo accenno di vento, tipica di un ritardo mentale lieve.
Tené lo màle cadùto!
Avere l’epilessia!
“Màle cadùto” è una deformazione di “Mal caduco” con il quale veniva definita l’epilessia. Altra ipotesi: la persona colta da un attacco epilettico improvviso cade per terra.
Ginecologia ed ostetricia (!):
Chi fà la prima, non fà la seconda e mòre de parto
Chi fa la prima, non fa la seconda e muore di parto
Questo antico detto fa riferimento alla gravidanza, per “seconda” s’intende la placenta che se non espulsa può infettarsi, dare una sepsi generalizzata e far morire la partoriente.
Co’ ‘nn’ora Dio lavóra
Con un’ora Dio lavora
Si parla sempre di parto, ma ci può essere anche un’altra interpretazione più religiosa.
Devendà signorìna
Diventare signorina
Avere il menarca, la prima mestruazione.
Genetica medica (o quasi…):
Carne ‘nzaccàta se giudica appena nata
Carne insaccata si giudica appena nata
Cioè il sesso del nascituro si capiva solo quando il bambino nasceva. Non esistendo ancora le ecografie, ad una donna incinta, a seconda della forma della pancia (la “trippòzza”), le varie “comari” si scontravano predicendo il sesso del nascituro, se fosse stata a punta sarebbe stato un maschio, se fosse stata rotonda una femmina, ma la comare” più saggia diceva che il sesso si vedeva solo alla nascita.
De sangue e de figliàno, se ne tòglie cà rràmo
Dal sangue o dal compare (“figliàno”), deriva qualche ramo
Cioè il figlioccio (il bambino battezzato, cresimato, ecc) subisce una duplice influenza: dal sangue (cioè dalla propria famiglia) e dal compare (cioè dall’ambiente circostante). È un proverbio antico e molto saggio che aveva capito l’importanza sia della genetica sia dell’ambiente nello sviluppo di un bambino.
Notare la parola “figliàno” per “compare” e che indica proprio “colui che figlia” il proprio “figlioccio”.
Jé remàno pe’ rrazza, sùlo tu te mòri!
Mica io rimango a perpetuare la razza, solo tu muori!
È il colloquio tra due persone malandate in salute: alla prima che si lamenta che morirà a breve risponde la seconda, dicendo che anche lei morirà a breve, senza poter rappresentare la famiglia (la razza).
Dalla fìcora nasce la ficorèlla!
Dal fico può nascere solo il piccolo fico!
Cioè, la genetica è sempre quella. Questo detto origina dai Vangeli.
Oculistica e odontoiatria (!):
Finghé tenìmo ócchi e déndi, non se sào inconveniènti
Finché abbiamo occhi e denti, non si conoscono inconvenienti
Cioè, finché siamo in buona salute (abbiamo occhi per vedere e denti per mangiare), non si corrono rischi.
Parassitosi intestinali (!):
Non te fidà dell’acqua chéta, ca ména glio verme rùscio!
Non ti fidare dell’acqua cheta, che porta il verme rosso!
Cioè, non ti fidare dell’acqua stagnante perché può contenere il parassita (“il verme rùscio”), ma, metaforicamente, non ti fidare della persona apparentemente calma e buona (“l’acqua chéta”) perché può essere molto pericolosa (ti può portare “il verme rosso”). Il “verme rosso” è la tenia (vedi foto) che notoriamente è di colore rosso e prolifera nelle acque stagnanti (“l’acqua chéta”). È credenza popolare che una grande paura causi l’infestazione dei vermi (la cosiddetta “verminara”) e quindi (per venire al proverbio) l’acqua cheta ti può causare una grande paura e quindi la “verminara”!!
Lo stesso concetto si ritrova in questo proverbio in dialetto di Pisterzo:
L’acqua fitta ména i uèrmo rùscio
L’acqua scura porta il verme rosso
L’acqua stagnante, com’è noto, è ricca di parassiti, compreso il “uèrmo rùscio”. Lo stesso proverbio si riscontra in altri paesi dei Lepini ed anche di colli Albani e in dialetto di Velletri.
Ed anche in dialetto di Norma:
L’acqua quita fa venì i vermi rùsci
L’acqua stagnante fa venire i vermi rossi
Proverbi, detti (e consigli!) pediatrici:
Agli mammòcci gli tè ta rispettà
I bambini li devi rispettare
Sia il mondo classico latino che il Cristianesimo hanno, almeno a parole, il massimo rispetto per i bambini. Per il mondo classico è famosa l’espressione di Giovenale nelle Satire “Maxima debetur puero reverentia” (al fanciullo è dovuto il massimo rispetto). Per quanto riguarda il Cristianesimo, nei Vangeli c’è l’insegnamento e il monito di Gesù con il “Venite parvulos!”.
Jó nàso colènte senza medicine dùra ‘na settemàna, cólle medicine dùra sètte ggiórni!
Il raffreddore senza le medicine dura una settimana, con le medicine dura sette giorni!
Nel senso che la rinite è una malattia autolimitante e che ha una durata più o meno fissa, nonostante le medicine che sono solo sintomatiche o palliative.
I mìcrobbi so’ pròpio marducàti: rèntreno dréndo càseta senza màngo bussà!
I microbi sono proprio maleducati: entrano dentro casa tua senza neanche bussare!
Si riferisce al fatto che i bambini si ammalano lo stesso, specialmente d’inverno, pur non uscendo di casa: sono infatti gli adulti o i fratelli più grandi che portano in casa le infezioni.
Tené i “gattìni” o tené i “gattùcci”
Avere i “gattini” (letteralmente)
I “gattini” sono quei rumori (ronchi e rantoli) che fanno i bambini molto piccoli (soprattutto i lattanti) quando sono molto raffreddati e nella respirazione si sentono dei rumori simili alle fusa che fanno i gatti piccoli (“i gattini” o “gattucci”, per l’appunto).
Altro modo per esprimere il rumore dei rantoli nei bambini è:
Fà crù-ccrù
Fare crù-ccrù
In questo caso il “crù-ccrù” è un’espressione onomatopeica. Il “crù-ccrù” onomatopeico sermonetano corrisponde all’inglese “ratting” che è un rumore inspiratorio dovuto alle secrezioni delle vie aeree maggiori. Invece il rumore del “naso colènte” (il raffreddore comune) è detto in inglese “snuffles” ed è un rumore in ed espiratorio. Naturalmente anche i due termini inglesi sono onomatopeici.
Chìglio mammòccio s’ha stranìto
Quel bambino si è “stranìto”
“Stranìto” si dice di un bambino spazientito, strano, facilmente irritabile e pronto al pianto. Questo preannuncia l’arrivo della febbre (o di un’altra malattia acuta). Lo stesso significato ha:
Chìglio mammòccio è sbattùto
e
Chìglio mammòccio s’ha attediàto
Chìglio mammòccio tè gl’ócchi calati
Quel bambino ha gli occhi calati
Cioè mezzi chiusi, come quando sta male o, più semplicemente, quando è sul punto di addormentarsi.
Chìglio mammòccio è mòco mòco
Quel bambino è mogio mogio
Cioè, sta male.
Chìglio mammòccio è própio ‘mpunìto!
Quel bambino è proprio impunito!
Il bambino “‘mpunìto” è il bambino che si impunta, non obbedisce alla mamma, facendo capricci o, meglio, in dialetto facendo la “gnàgnera” (la lagna).
Carne che crésce
Carne che cresce
È l’adolescente, quella fascia di età in cui c’è lo sviluppo puberale, quel particolare momento della vita in cui non si è più bambini e non si è ancora uomini, quel momento in cui il bambino-ragazzo “lievita” di altezza e peso e l’appetito è formidabile: appunto “carne che cresce”.
I mammòcci: pédi càlli e ménde frésca!
I bambini: piedi caldi e mente fresca!
Si riferisce ai bambini che giocano e quindi mettono continuamente in azione i piedi (pallone o semplice corsa o altro), a mente leggera, senza nessun pensiero.
In corese:
J’asino cresce e la bardèlla s’accorta
L’asino cresce e la sella diventa corta
È riferito ai bambini, nei quali i vestiti diventano corti e stretti man mano che crescono.
Tené la “fèbbre” aglio làbbro
Avere la “febbre” al labbro
Cioè, avere l’herpes labialis; è chiamata “febbre” perché i nostri avi avevano notato che, in particolari situazioni in cui c’era un abbassamento delle difese immunitarie (appunto avere la febbre, per un qualsiasi altro motivo), il virus erpetico si manifesta con le tipiche vescicole a grappoli sulle labbra. Questa intuizione, che nasce dall’esperienza, ha oggi un solido fondamento scientifico. Colpisce soprattutto i bambini e gli anziani che hanno le difese immunitarie più basse.
Tené la fèbbre cresciarèlla
Avere la febbre che fa crescere
Credenza comune è che alcuni tipi di febbre, di breve durata e con altri picchi di temperatura, facessero crescere il bambino piccolo. In verità il bambino, durante questo tipo di febbre mangiava poco o nulla e di conseguenza “sembrava” crescere in altezza, invece il bambino si snelliva e sembrava più alto.
Tené la pelle strinàta
Avere la pelle irritata
Tipico dei bambini piccoli
Jó mammòccio malato è cómme ‘nó fiùre appassìto
Il bambino ammalato è come un fiore appassito
La pìscia déglio mammòccio zìco è cómme l’acqua dégl’àngeli
La pipì del bambino piccolo è come l’acqua degli angeli
La pipì del neonato o del piccolo lattante è molto chiara e ha, più o meno, la trasparenza dell’acqua poiché l’alimentazione è prevalentemente a base di latte e quindi le sostanze filtrate dal rene, che danno il colore all’urina, sono poche. È un momento scherzoso per i genitori ed il pediatra quando si toglie il pannolino e ci si bagna con la pipì del bambino ed è consuetudine e tradizione sermonetana esclamare che la pipì è come l’acqua degli angeli. Ovviamente, a parte la spiegazione scientifica, la trasparenza della pipì è indice di purezza ed innocenza come quella del bambino di quella età. C’è da dire inoltre che nel medioevo veniva chiamata “acqua degli angeli” la preparazione a base di fiori di mirto, che aveva proprietà fitocosmetiche. Ancora oggi viene preparata.
Colica gassósa, sèmbre dolorósa ma mmài pericolósa!
Colica gassosa, sempre dolorosa ma mai pericolosa!
Cioè, le coliche gassose del neonato e del lattante, molto frequenti, sono sempre molto dolorose con lunghe crisi di pianto ma, essendo dovute solamente ad accumulo d’aria nell’intestino del bambino e non essendo ancora pienamente efficace la peristalsi intestinale, non sono mai pericolose. Si esauriscono intorno al terzo mese di vita del bambino, quando l’efficacia della peristalsi intestinale è raggiunta e l’aria viene emessa dal sederino, placando così le preoccupazioni della mamma e del pediatra!
Ssó mammòccio è càllo cómme ‘na lòcca!
Codesto bambino è caldo come una chioccia!
Cioè, il bambino ha la febbre alta. La chioccia, che è la gallina nel periodo che cova le uova, ha una temperatura corporea alta per permettere la schiusa delle uova. A Norma dicono, nella stessa situazione:
Còce comme ‘na callarosta
Scottare come una caldarrosta
‘Na bollicina non fà primavera!
Una bollicina non fa primavera!
Cioè, la prima bollicina che compare sulla cute di un bambino non indica necessariamente la comparsa di una malattia esantematica (varicella, rosolia, ecc.), ma occorre attendere un po’, come una rondine non fa primavera. È mia.
Chìglio mammòccio tè jó segno (o jó bàcio) della cicogna
Quel bambino ha il segno (o il bacio) della cicogna
“Il segno della cicogna” è l’angioma retro-nucale che molti neonati (e poi adulti) hanno. Poetica espressione che rende bene l’immagine classica e letteraria della cicogna che porta il neonato prendendolo per la nuca.
Chìglio mammòccio ha cadùto cómme ‘na pera còtta!
Quel bambino è caduto come una pera cotta!
Cioè, è caduto all’istante in un sonno profondissimo. Bella l’immagine della pera cotta che cade e resta lì.
I dénti dégli mammòcci so’ cómme i Carabbignéri: rèsceno sèmpre in due
I denti dei bambini sono come i Carabinieri: escono sempre in due
Nel lattante, infatti, i primi dentini escono sempre in coppia.
La màtre lamendósa fà jó fìglio lamendóso
La madre lamentosa fa il figlio lamentoso
Variante:
La màtre apprenzìva fà jó fìglio lamendóso
La madre apprensiva fa il figlio lamentoso
Chìglio mammòccio s’ha macellàto
Quel bambino si è sporcato completamente
Iperbole (da macellare, sporco di sangue come quando si macella un animale).
Chìglio mammòccio è cómme ‘nó vécchio
Quel bambino è come un vecchio
Si dice di un bambino buono, tranquillo e assennato, anche se piccolo.
Cólla varicèlla ce pòi rimétte j’orològgio!
Con la varicella ci puoi rimettere l’orologio!
La varicella è una malattia molto “precisa”: dopo 14 giorni (che è il periodo di incubazione) si trasmette invariabilmente da un bambino ad un altro.
I fìgli e i mèdeci dégli mammòcci se fào da ggióvani
I figli e i pediatri vanno fatti da giovani
Scambià la nòtte péglio ggiórno
Scambiare la notte per il giorno
Tipico dei neonati, che dormono di giorno e stanno svegli la notte.
Aglio mammòccio che và agl’asilo-nido, tosse e catàrro ce fào jannìdo
Al bambino che va all’asilo-nido, tosse e catarro gli fanno il nido
Cioè, il bambino piccolo (sotto i tre anni) che entra per la prima volta in un asilo (e quindi in una piccola comunità), per le sue scarse difese immunitarie, comincia ad ammalarsi molto frequentemente e la tosse con il catarro lo accompagneranno, tra alti e bassi, per tutto il primo anno di asilo. Ciò comunque è una cosa positiva, perché il bambino comincia a farsi un suo bagaglio anticorpale.
I mammòcci de òggi nàsceno ggià co’ gl’ócchi rapèrti!
I bambini di oggi nascono già con gli occhi aperti!
Cioè, sono più svegli di quelli di una volta.
Che tte crìdi: che i mammòcci so’ pùcche de zùccaro?
Cosa credi: che i bambini sono bambole di zucchero?
Bellissima. Di solito veniva detto dai nonni o da altri parenti anziani alle figlie che avevano da poco partorito. Le pùcche di zucchero erano dolci fatti per Pasqua (per le femmine le bambole, le pùcche, con un uovo in grembo, per maschi dolci fatti a forma di cavalluccio). Quindi dire che i bambini non sono dolci di zucchero è come dire che i bambini vanno cresciuti con le gioie e i dolori, ciò implica una presa di responsabilità genitoriale da parte dei neogenitori.
Simile:
I mammòcci non so’ cómme i soprammòbbili che j’appòggi ‘ncìma a ‘nó tavolo e tè ji scùrdi
I bambini non sono come i soprammobili che li appoggi su un tavolo e te li dimentichi
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