Tommaso Conti, appassionato e studioso di dialetti, già sindaco di Cori (LT)
Se per alcuni chierici appartenenti alla congrega dei critici o poeti laureati, la poesia dialettale può esser ritenuta una forma espressiva minore, va chiarito che essa può esserlo solo nella sua minore capacità di penetrazione ed espansione dell’ opera presso il grande pubblico, non di certo per l’ intensità del lirismo, per la profondità del sentimento, per la leggerezza dell’ ironia e per l’ universalità dell’ espressione artistica. Quando penso alla poesia di Cesare Chiominto, poesia in dialetto corese, questo è il primo pensiero che mi detta. ” Non saprei trattenermi dal dire in modo molto netto che Chiominto merita di entrare nella schiera più ristretta dei poeti capaci di parlare a nome di un’ intera stagione storica e umana, quando dal severo e sorvegliato più profondo lirismo, egli riesce a fondere l’ attenzione al dato di lingua, l’ espressione civile, l’ affettuosità, l’ ironia ora aspra ora velata di umanità e sorriso, come nei punti più alti della sua poesia a cui mi pare egli sappia giungere e trascinare noi tutti”.



Sono parole del linguista Tullio De Mauro, nella prefazione al primo libro di Cesare, che egli conobbe nel corso degli anni ’70 nella entusiasmante esperienza di ricerca dialettale e linguistica del Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti di Roma, in un epoca in cui la passione civile e quella per l’ insegnamento si fondevano ancora in un connubio di energie positive diffuse nelle vene del paese. Questo pensiero ritengo di poter condividere, da profano, sull’ opera poetica di Cesare Chiominto, uomo che attinse alla fonte della sua elevata cultura classica e ad una assidua frequentazione materiale del paese e della sua gente, per erigere un monumento perenne alla plebe di Cori e alla cultura contadina, nel tempo della sua incipiente scomparsa, come il Belli fece per la plebe di Roma.


Chiominto costruì poesia da quello che trovò nella vita, nelle strade, nei vicoli e in quelle che egli definiva ” biblioteche”. E spesso anche se dentro di sé, e allora la sua poesia raggiunse vette liriche altissime. Cesare ironizzava su questo termine di biblioteca con riferimento alle osterie, quella sorte di valli alluvionali in cui si sedimentava il deposito della cultura materiale di un popolo. E come Montaigne si chiudeva nella biblioteca del padre a scrivere i suoi saggi, lui si rifugiava nelle osterie, nelle frascuccie, nei ritrovi tra amici e vi succhiava il nettare della conoscenza della vita materiale dei pastori, dei contadini, della pora gente, per farla diventare poesia e consegnarla alla memoria collettiva. Ecco allora che quel nutrimento diventa volume e quei volumi, a cui alludeva ironicamente pensando alle fogliette e ai quartini, diventano biblioteca e quella biblioteca produce poesia. Poesia vera, seppur espressa in dialetto, la cui forza espressiva era da tutti immediatamente riconoscibile.
Che, se avesse avuto a disposizione uno strumento linguistico di più vasta diffusione, di quello del dialetto corese, sarebbe conosciuta universalmente, come la poesia del Belli, del Porta, della commedia del Goldoni e la letteratura di Hrabal, pur prodotta nelle birrerie di Praga. Non ho timore di dire questo, pur senza attribuirmi qualità di critico letterario. Credo che, se il popolo corese, popolo di un ameno e piccolo centro dei Monti Lepini, mantenga tutt’ oggi un’ alta considerazione della propria identità collettiva, questo in buona parte lo debba anche a lui, che ne tratteggiò un solido ritratto nella sua opera poetica.
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