di Stefano Baldinu
Fabrizio De Andrè, quando nel biennio 1979-1980 si trovava in concerto con la band di rock progressivo Premiata Forneria Marconi, in occasione uno di essi, affermò quanto segue in merito alla composizione della sua prima canzone in gallurese dal titolo “Zirichiltaggia” (“Lucertolaio” inteso nel senso di diatriba familiare per questioni di eredità): “Quattro anni di Sardegna comporta come minimo imparare la lingua”. Ciò che nel mio caso è avvenuto ben undici anni or sono quando decisi di dedicarmi alla scrittura di versi in dialetto si può dire che ricalchi per sommi capi quanto espresso dal grande cantautore genovese con la sola eccezione, tutt’altro che secondaria, della non indifferente presenza di radici che mi legano alla Sardegna essendo mio padre nativo dell’isola. E avere radici sarde rende doveroso impararne la lingua, o forse sarebbe meglio dire le lingue. O quantomeno almeno una di esse
Ho parlato, come dicevo poc’anzi, di lingue e non di lingua perché in Sardegna è presente una Lingua Sarda Comune (LSC o Limba Sarda Comuna) a livello burocratico e amministrativo, ma non ancora a livello di lingua letteraria scritta dove persistono le diverse anime dell’isola. Questo, in un certo senso, si pone in contrasto con la tradizione dei canti a poesia sardi (cantos a poesia o poesia a bolu) dove la lingua ufficialmente accettata risulta essere quella logudorese.
Quando parliamo del Sardo ci esprimiamo chiamandola lingua e non dialetto. All’apparenza pare non esserci una differenza fra i due termini, ma se andiamo ad analizzare la questione nello specifico ecco che questa suddivisione ci appare chiara e necessaria. A tal proposito ci viene in soccorso Matteo Porru con il suo saggio Breve storia della lingua sarda (ed. Della Torre/Newton Compton Editori srl) dove, citando R. Simone, afferma che: “La distinzione tra dialetto e lingua come nel caso particolare del sardo e dell’italiano che più da vicino ci riguarda, non è una distinzione che si pone per natura, ma solo una questione di parole. Quello che noi chiamiamo oggi italiano era, in origine, semplicemente il dialetto di Firenze. Occorre pertanto precisare che “intendiamo per dialetto una lingua a tutti gli effetti con la sola differenza che, in una data nazione, il dialetto è o può essere usato solo da un numero limitato di cittadini” nel qual caso può essere definito <lingua di minoranza>”. Porru prosegue, poi, dicendo: “Se lingua e dialetto in una nazione coincidono, ivi convivono un’unica lingua e un unico dialetto; altrimenti al di là della fortuna inizialmente letteraria di un dialetto assurto a dignità di lingua in quanto da tutti i cittadini compreso ed usato, altri dialetti continuano a vivere come lingue delle <minoranze> cui appartengono, all’interno della stessa nazione. Politicamente, il dialetto sta ad una minoranza come la lingua sta alla totalità dei cittadini di un intero paese. Ma il dialetto è uno strumento di comunicazione che ha le stesse proprietà e le stesse capacità della lingua: quando poi <scientificamente>, per le singolarità che lo distinguono nell’ambito degli idiomi di una precisa area geografica – nel nostro caso della <Romania> – quel dialetto viene considerato una lingua vera e propria, esso acquista diritto di cittadinanza tra le lingue capaci, per definizione, di esprimere l’anima di un popolo” (1).
Matteo Porru nel suo saggio prosegue spiegando che “la lingua di un paese è il risultato di una serie di eventi storici che in essa si riflettono dopo averla determinata” (2) e questo risulta particolarmente vero quando parliamo della lingua sarda. Quest’ultima, come la conosciamo tutt’ora, è il risultato di una serie di innesti trapiantati dalle numerose dominazioni che hanno interessato nei secoli la Sardegna a partire dalla presenza fenicia e cartaginese e la successiva dominazione romana, la quale, imponendo l’utilizzo del latino, ha concorso a formare la base della lingua isolana. Cito a tal proposito quanto indicato da Porru in merito alla trasformazione della parola latina “creatione”: questa che in latino aveva un senso astratto andrà concretizzandosi in sardo come segue: diventa “criathone” in Barbagia, ove significa bambino, bambina; diventa creatura e criatura in Campidano con il medesimo significato” o ad esempio il verbo “creare” divenuto in sardo “criare”, “criai” per dire della gallina che fa l’uovo. “Criai” significa non già fare dal nulla (Deus creavit mundum), ma dare alla luce con un certo senso di mistero: “sa terra criat” (la terra crea…l’erba) ma solo letteralmente; infatti, l’espressione significa: “l’erba spunta” (3). Con le successive esperienze derivanti dalle brevi dominazioni greco-bizantina, dei popoli germanici (Vandali e Goti), araba, genovese e pisana e di quelle di più lunga durata come quelle catalano-ispaniche prima e italiana poi hanno permesso alla lingua sarda di arricchirsi a tal punto da diventare un modello di integrazione e multilinguismo di assoluta suggestività e fascino. Con buona pace del Sommo Poeta Dante Alighieri il quale giudicando, sulla stessa linea di altri scrittori di epoca medievale, il sardo una lingua indecifrabile così scriveva nel libro I, capitolo XI del De vulgari eloquentia: “Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis adsociandi esse videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tamquam simie homines imitantes; nan domus nova et dominus meus locuuntur” (Anche i Sardi, che non sono latini, ma che non sembra si possano ai Latini associare, cacciamo – dal novero degli eredi di diritto dei Latini – , poiché sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare, imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini; infatti dicono “domus nova” e “dominus meus”).
Introducendo questo breve articolo ho parlato di lingue e non di lingua perché, effettivamente, nell’isola sono presenti molteplici parlate che per semplicità vengono catalogate in due ceppi linguistici primari, Logudorese e Campidanese, quattro varianti principali: Sassarese, Gallurese, Algherese, Tabarchino e il Nuorese in qualità di una delle sotto varianti del Logudorese assieme al Baroniese e al Barbaricino. Vediamo nello specifico dove queste lingue si collocano nella geografia isolana:
Il Logudorese prende il nome dalla regione del Logudoro ed è parlato nella zona centro-settentrionale dell’isola con “enclave” d’eccezione in Gallura nella città di Olbia. Fanno parte di questa lingua: Logudorese settentrionale, Logudorese centrale o comune,
Il Campidanese prende il nome dalla regione del Campidano ma comprende un’area molto più grande in quanto parlato nella zona centro-meridionale dell’isola. Fanno parte di questa lingua le seguenti varianti: Oristanese, Ogliastrino o Barbaricino orientale, Barbaricino centrale, Barbaricino meridionale, Sarrabese, Campidanese occidentale, Cagliaritano, Sulcitano.
Il Nuorese, sotto variante del Logudorese, è parlato a Nuoro e nei dintorni, Bitti, Oniferi, Orune, Orani, Lodè, Lula, Ottana. Ne fanno parte le seguenti varianti: Nuorese, Baroniese, Barbaricino.
Il Turritano o Sassarese è parlato nelle città di Sassari, Porto Torres, Castelsardo, Sorso e aree limitrofe. Fanno parte del Sassarese le seguenti varianti: Sassarese propriamente detto, Castellanese.
Il Gallurese è parlato nella area nord-orientale della Sardegna ed è una variante del Còrso meridionale. È definito, infatti, dai linguisti come Lingua Còrso-Gallurese. Ne fanno parte le seguenti varianti: Calangianese, Teresina delle Bocche di Bonifacio, Maddalenino, Aggese, Gallurese di Nuchis, Gallurese di Bortigiadas, Coghinese.
L’Algherese è una variante del Catalano arcaico ed è parlato esclusivamente nella città di Alghero.
Il Tabarchino è una variante ligure parlata nelle Isole dell’Arcipelago del Sulcis nella Sardegna sud-occidentale, nello specifico a Carloforte, nell’isola di San Pietro, e a Calasetta nell’isola di Sant’Antioco. Prende il nome da Tabarca, nell’odierna Tunisia, dove originariamente si parlava.
- Matteo Porru “Breve Storia della Lingua Sarda” (Ed. Tascabili Economici Newton) pag. 10
- ivi, pag. 11
- ivi, pag. 25
Stefano Baldinu
(Poeta in lingua logudorese, appassionato di dialetti)
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