La Redazione, maggio 2026
Rocco Scotellaro (Tricarico 1923 – Portici 1953), nonostante la sua breve
vita, fu uno dei maggiori poeti e intellettuali lucani impegnato nel vivo delle
problematiche sociali e politiche del secondo dopoguerra. Animato da una
forte carica morale e ideale, appalesata nella sua produzione letteraria e
nell’impegno politico, ha assunto il valore emblematico delle lotte per il
riscatto del popolo meridionale. Di umile origine, si iscrisse al Comitato di
Liberazione Nazionale (CLN) e al Partito Socialista Italiano (PSI) e fondò la
sezione del PSI nel suo paese Tricarico, del quale fu eletto sindaco nel 1946,
a solo 23 anni, e fino al 1950, quando fu arrestato sotto l’infondata accusa di
irregolarità amministrative. Infatti, fu accusato ingiustamente di concussione,
truffa e associazione a delinquere dai suoi avversari politici e per questo fu
costretto al carcere per 45 giorni circa (nella cella n. 7 del vecchio carcere di
Matera, oggi a lui intitolata). Quando la cospirazione politica divenne chiara
Scotellaro fu assolto con formula piena per non aver commesso il fatto.

A causa di questa vicenda, unita alla delusione scaturita dalla non elezione a
livello provinciale, abbandonò l‘attività politica per dedicarsi maggiormente a
quella letteraria, senza trascurare il suo impegno per i diritti del popolo della
Lucania e del meridione. Dalla profonda sensibilità verso i problemi sociali
della sua terra scaturirono la maggior parte delle sue opere nelle quali,
partendo dai modi elegiaci dell’ermetismo, tende a un tono più epico e
popolaresco, con esiti pieni di dissonanze, ma dotato di un’indubbia genuinità
lirica. Tutte le opere di Scotellaro sono strettamente collegate alla società
contadina a cui orgogliosamente rivendica l’appartenenza. Inizia a pubblicare
sulla rivista Botteghe Oscure , diretta da Giorgio Bassani e sotto la direzione
di Marguerite Chapin Caetani, rivista nella quale, tra il 1948 e il 1953, escono
una serie di poesie e racconti. Gran parte degli scritti e delle composizioni di
Scotellaro furono pubblicate postume, anche grazie all’impegno e
all’interessamento di Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria , e valsero all’autore
lucano diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Viareggio e il Premio
San Pellegrino , entrambi nel 1954, l’anno successivo alla sua morte.
L‘ambito letterario in cui Scotellaro si dimostrò più prolifico fu la poesia (con
oltre un centinaio di composizioni), ma fu autore anche di un romanzo (L
‘uvaputtanella), un‘inchiesta (Contadini del sud), un‘opera teatrale (Giovani soli) e
diversi racconti, raccolti nell‘opera “Uno si distrae al bivio”.
“L’eredità di Scotellaro rimane un bene prezioso da preservare a ogni costo;
essa si dispiega su diversi livelli intersecando la letteratura e la politica, il
dibattito meridionalista e la cultura socio-antropologica, l’economia e la storia.
La sua figura non è patrimonio esclusivo del Mezzogiorno, ma guarda al Sud
e al Nord, al mondo oltreconfine, dovunque si abbia a cuore la sorte delle
umane genti. Non v’è dubbio, tuttavia, che trovi più forte impatto in quelle
aree oggetto del suo canto, del suo studio e della sua partecipata attenzione”
(Franco Vitelli).
Le sue poesie dialettali documentano l‘anima più cruda e veritiera della civiltà
contadina lucana. I componimenti più celebri, come U metetore, Terra, U
vrazzale, Le cartulline e‘N galera chi pane e lavoro, chiudono l‘appendice
Canti popolari della sua opera omnia, edita da Mondadori ( Tutte le poesie
(1940-1953) , Milano, Oscar Mondadori, 2004). Seguono alcune poesie di
Scotellaro (in dialetto lucano di Tricarico), nelle quali traspare la fatica, la
povertà, la quasi ineluttabilità delle condizioni di vita della sua gente: i
mietitori, buttati nelle piazze di paesi e sfruttati dai padroni, o i poveracci
messi in galera senza colpa, solo per aver chiesto pane e lavoro, o ancora un
grido contro la guerra di chi non può ribellarsi e deve accettare il richiamo con
l’arrivo della cartolina militare. La sua poesia dialettale più celebre è U
metetore del 1952.

U metetore
Vurria arreventane cavallette,
m’avria pegghiane na spica chi lette.
Ie mo dorme nt’a chiazza a la cuntrora
Quanne me tocche ‘a mane ru segnore:
– Sveghiete, metetore metetore,
si’ fauce a sola? Si’ fatiatore? –
Terra chi terra ie vachi metenne,
nt’a chiazza li signuri penna penna,
pure ‘a notte me scazzne passeggianne.
La versione italiana, pubblicata nell’Oscar Mondadori 2004, è la seguente:
Il mietitore
Vorrei diventare cavalletta
dovrei prendermi una spiga per letto.
Io, adesso, dormo nella piazza, alla controra
quando mi tocca la mano del Signore:
– Svegliati, mietitore, mietitore;
sei falce a solo? Sei lavoratore? –
Terra per terra io vado mietendo,
in piazza i signori perdono tempo.
In piazza i signori sono oziosi
pure la notte mi schiacciano passeggiando.

Tra le carte di Scotellaro, in alto, sul margine del foglio dove è dattiloscritto il
canto del mietitore in dialetto con correzioni a penna di singole parole o interi
versi e, di seguito, manoscritta la versione italiana, si legge: «Sono note le
condizioni di vita dei mietitori migranti che riposano, appunto, sulle
pubbliche piazze», mentre nella versione italiana si leggono le seguenti
note: «Falce a solo è il mietitore isolato, che non è in gruppo (paranza)
solitamente composto da cinque mietitori» «Si dice andare “penna
penna” di chi non ha mestieri e preoccupazioni, di chi si pavoneggia
passeggiando».
Terra
So state n‘anne &ngalera,
inzi craie, inzi pescraie
n‘omene c‘a statera
m‘cundannaie
E l‘aute murt’accise
cum’a tanta volpe
gestezie a ci nci colpa
terra beneretta!
Terra
Sono stato un anno in galera
esci domani, esci dopodomani
un uomo con la bilancia
mi condannò
e gli altri morti ammazzati
come tante volpi
giustizia per chi ne ha colpa
terra benedetta!
Le cartulline
Alla guerra nui nun ci sciame
ca vulime pace e pane
Volini chiamà li sidentari
a difenne li pruprietari.
Forza, irrate
ciompe e cecate
ciompe e cecate
a ci à mannate le cartulline.
Avi mannate le cartulline
come se fosse pane e vine.
Ciompe e cecate
pane e vino
ciompe e cecate
pane e vino.
Le cartoline
Noi alla guerra non andiamo
perché vogliamo pace e pane.
Chiamino quelli che stanno a sedere
per difendere i proprietari.
Forza, gridate
zoppi e cecati
zoppi e cecati
a chi ha mandato le cartoline.
Avete mandato le cartoline
come se fosse pane e vino.
Zoppi e cecati
pane e vino
zoppi e cecati
pane e vino!
‘Ngalera chi pane e lavoro
Cci l’ami fatte nuie a Creste:
ci ni vole accere
ci ni vole arde.
Nun l’ âmi fatte ninte a Creste:
nisciune n’adda accere,
nisciun n’adda arde.
In prigione chi chiedeva pane e lavoro
Che gli abbiamo fatto noi a Cristo:
chi ci vuole ammazzare
chi ci vuole bruciare.
Non gli abbiamo fatto niente e Cristo:
nessuno ci deve ammazzare,
nessuno ci deve bruciare!
La Redazione, maggio 2026
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