Achille Serrao non solo è stato un grande poeta: è stato anche un grande amico. Tante le passeggiate, tanti i lunghi viaggi insieme, i discorsi, gli scherzi, le storie personali, le sorprese, le esclamazioni, le riflessioni più malinconiche, a volte le considerazioni approfondite, ma sempre la serenità, il sorriso e la voglia di fare… La voglia di fare cosa?
Ecco, al di là del quotidiano, la voglia di fare poesia…
Qui mi pare sia il punto rilevante. Di certo, per mestiere, personalmente, mi sono sempre, si può dire da ragazzo, occupato di poesia: e tuttavia il rapporto con la poesia veniva a me anche, certo, dalla sua comprensione, dal suo ascolto immediato – ma in verità più fortemente dalla parte del prevalente desiderio di averne considerazione e dunque, alla fine, lo ammetto, di valutare…
Veniamo qui ad incontrare una differenza rilevante. Perché, com’è chiaro quasi a tutti, l’orientamento più semplice e diffuso si costituisce senza dubbio nella valutazione critica, e cioè nella semplice esegesi o — come fino a poco tempo fa più articolatamente si diceva — nell’approccio ermeneutico, vale a dire interpretativo: diremmo dunque più chiaramente il situarsi, lo stare in un determinato punto d’osservazione…
Ma assai diverso da questo è il vero e proprio star dentro: e cioè quello stato in cui la poesia, come ogni altra arte, e forse più facilmente la musica, s’impadronisce di noi, come se ci abitasse, come se noi in quel mondo fossimo nati, v’avessimo sempre vissuto e d’improvviso lo vedessimo con quegli occhi particolari che percepiscono il profondo, l’invisibile in noi fuori dal tempo: restituendocelo come nostro.
Stare con Achille questo però era e questo si capiva essere. Perché avere familiarità col poeta, o più generalmente con l’artista, a tanto ti porta: a te stesso, così come fa sempre l’autentico stare con il vero amico.
C’è un altro aspetto, al quale, muovendo più a fondo, credo sia il caso qui di accennare.
E questo, per andare subito al tema, senza dilungarci oltre, ce lo fa capire un grandissimo nostro poeta, Virgilio, in un solo verso: Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt[1].
Giunto a Cartagine, nel tempio della regina Didone Enea osserva gli affreschi dove sono raffigurati la distruzione di Troia e i compagni caduti in battaglia… Ed ecco dunque che ci son lacrime proprie delle cose sì che le vicende dei mortali toccano il cuore… Con semplici ma intense parole Virgilio qui ci fa subito intendere cosa davvero sia l’arte e come essa più propriamente tocchi il cuore… E in questo toccare il cuore ci son le lacrime… Come scoprendo un velo leggero, il poeta accenna al fatto che al centro dell’arte, al centro del dire, del cantare, c’è sempre comunque il trauma, il trauma che sta nell’esser vivi e dell’avervi coscienza…
La questione è stata toccata da Derrida in una sua opera autobiografica poco conosciuta, Circonfessione, scritta tra il 1989 e il 1990, pubblicata nel 1991 in collaborazione con l’amico Goeffrey Bennington[2] e ispirata a Le confessioni di Sant’Agostino.
Il sorprendente e noto principio enunciato da Sant’Agostino “si enim fallor sum”, vale a dire “infatti se sbaglio esisto”, precedendo di oltre un millennio il Cogito cartesiano di fatto lo capovolge e infrange. Se questo per Derrida, sulla scorta heideggeriana, sembra comunemente divenire il cardine della totale decostruzione dell’Io, può nondimeno interpretarsi anche in senso inverso, nel riferirsi cioè ad un Io solo in astratto, “come suggerirebbe Paul Ricoeur, ontologicamente fratturato, nello stesso istante in cui si scopre ferito, tanto nel corpo proprio, quanto dalla parola dell’altro. Parola che sembra poter compiere, tuttavia, un movimento temporale inverso, là dove si fa lettura, ascolto e narrazione del nome. Là dove si fa desiderio, traduzione e trasformazione. Né oblio, né memoria, ma amicizia in quanto divenire di me e di te”[3].
In sostanza, il trauma, proprio dell’arte, anche dal punto di vista ermeneutico può leggersi nella chiave di ciò che ci consente di raggiungere in ambito sociale una più forte e rinnovata identità, pertanto alla fine così riconquistata.
Da tale punto di vista, si può comprendere come mai Serrao scelga di passare proprio in quegli stessi anni, che sono anche gli anni della sua maturità, dalla poesia italiana alla poesia dialettale. In questo, che possiamo ben considerare fenomeno crescente e assolutamente visibile nell’ultimo mezzo secolo, particolarmente in Italia, Serrao viene a costituire un caso che si poterebbe definire esemplare.
Qui infatti a vincere è la lingua della piccola comunità, la lingua della vicinanza spazio-temporale: è la nostra voce, sono le nostre parole, il nostro riuscire a sentirle, il farle nostre dell’emergere nella veste propriamente nostra, umana. È la voce dell’amico a farsi udire ora davvero prossima: lei sempre accanto, lei sempre presente…
‘O puntone [4]
A nu puntone chiove, stracqua, ‘o sole
pe’ scagno: e vide qua’ murìcena
stu puntone smuzzecato, comme ‘a vita
se scònceca llòco… e chiove schiove quanno ‘e mmane
cchiù sgrimme astrégneno na mappata’e voce
muntunciélle ‘e parole pe’ ddimane…
Nu vutà ‘e pressa senza mai sapé
si chiare o ammagagnate só ‘e pparole
‘e vvoce ‘o riesto…na vutata…
Ma nun te n’addunà, trase â via ‘e dinto.
Il cantone
A un angolo di strada piove, spiove, il sole/ a caso: e guarda che maceria/ quest’angolo sbreccato, come la vita/ si scombina qui… e piove, spiove quando le mani/ più aggrinzite si avvinghiano a un sacchetto di voci/ mucchietti di parole per domani…// Un rapido scantonare senza mai sapere/ se trasparenti o false sono le parole/ le voci il resto… una voltata…// Ma fa finta di niente, entra.
Sentiamo qui davvero la voce dell’amico, la voce di tutti i giorni, il tono confidenziale, malinconico, che ci tocca il cuore, certamente, per qualcosa che nel profondo condividiamo, senza curarci di definirlo: lo sentiamo proprio anche se, al tempo stesso, detto, distante, esterno a noi, evanescente, quando la voce, grado a grado, poi si tace ed entriamo…
E poi:
Ducezza cimmarèlla[5]
Tiéneme a mmente ca te stò penzanno
e aparamélla st’aria, ducezza cimmarèlla
d”e juorne mieje a’ venì, chest’aria
‘ntussecata senza chiù palummèlle, senza na veglia d’aria…
E astipamille dint’ê mmane ‘ncroce
ddoje suspire ‘e vucchella arrubbacòre, a voce
tramènte ca nu miérulo te sonna
miérulo ‘e serenata
tramènte ca te canta doce ‘a nonna
‘mpont’â nuttata…
Dolcezza cimmarella
Pensami che ti sto pensando/ e fermala quest’aria, dolcezza cimarella/ dei giorni miei a venire, quest’aria/ addolorata senza più colombelle, senza vigilia d’aria…// Per me conserva nelle mani in croce/ due sospiri di bocca rubacuori, la voce/ mentre ti sogna un merlo/ merlo di serenata/ mentre ti canta dolcemente un canto/ al culmine della notte…
Si tocca qui, leggermente più avanti rispetto a questi inizi, l’ambiente interno, dove la voce si confonde col sonno, l’anima raggiunta dall’amato nella figura di un canto notturno…
Siamo già vicini ad una maturità nella quale il dialetto è divenuto voce propria, ma nella forma di voce interiore, di presenza amica e non più respinta, allontanata o tramutata in mera cronaca, nel vissuto dove l’identità invece appare frammentarsi, pur recuperando nell’ombra la sua amica unità primordiale.
[1] Aeneis I, 462.
[2] Su quest’opera e altre considerazioni qui di seguito sollevate si veda l’interessante saggio di Monica Gorza, “Oblio / memoria / divenire del nome”, in Lo Sguardo – rivista di filosofia, N. 29, 2019 (II) – Memoria e filosofia, vol. 2: Memoria collettiva, pp. 389-428.
[3] M. Gorza cit., p. 428.
[4] Da A. Serrao, A canniatura, Editori & Associati, Roma 1993. Il dialetto è quello del casertano familiare.
[5] Da A. Serrao, Cecatella, Boetti, Mondovì 1995.
Curriculum Vitae
Giuseppe Massara
Ho insegnato “Letteratura
inglese” per decenni alla Università
Sapienza di Roma, nella Facoltà di
Lettere e Filosofia, quale Professore
Ordinario di quella Facoltà. Mi sono
occupato, per ricerca scientifica,
soprattutto di Seicento, di Settecento
e di Novecento.
Ho sempre
comunque avuto una spiccata
tendenza verso la “Comparatistica
letteraria” e la maggior parte della
mia produzione mostra in effetti
questa tendenza e cioè un’attenzione
alla pluridisciplinarietà nel trattare le
questioni rilevanti.
Da qualche anno
in pensione, continuo comunque
ad essere molto attivo: da undici
anni dirigo una Rivista per l’appunto
di Comparatistica ( “Costellazioni.
Rivista di lingue e letterature’, se
ne può consultare il sito all’indirizzo
www.rivistacostellazioni.org) e per
ventidue anni, come sai, insieme con
Rino, mi sono occupato di poesia
dialettale in Italia.
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