MARIO DELL’ARCO (1905-1996) (DIALETTO ROMANESCO)

La redazione.

Nato il 12 marzo 1905 a Roma e morto il 4 aprile 1996, Mario dell’Arco

(pseudonimo di Mario Fagiolo)

è stato ormai da tempo riconosciuto come il massimo poeta romanesco del Novecento insieme a Trilussa e Pascarella.

Architetto, autore e, soprattutto, poeta, ha scritto alcune delle

pagine più significative della cultura romana del Novecento.

Pier Paolo Pasolini, che fu suo amico, proponeva

per di più un collegamento diretto col grandissimo Belli:

“l’aura metafisica di dell’Arco è trasposta tutta su un piano di puro gioco verbale…presupposto da

uno stesso fondo cattolico che nel complicato gioco delle casistiche concede, attraverso

un processo analogo di compromessi, al Belli la violenza del sacrilegio, a

dell’Arco il gioco dell’intelligenza”.

 

Allo stesso modo, molti altri critici, in particolare Antonio Baldini, Pietro

Paolo Trompeo, Pietro Pancrazi, ne hanno sottolineato sia l’importanza sia

l’assoluta originalità, accostando il suo nome non solo a quello del Belli, ma

anche, sorprendentemente, a quelli di Pascoli, Mallarmé e Palazzeschi.

Mario dell’Arco è un poeta raffinato, squisito: la lingua romanesca che, come

dice Belli, è molto pesante e greve, grazie alla sua poesia diventa eterea, dolce,

forse anche perché a volte parla di temi molto intimi, come la morte del figlioletto.

La sua corda più autentica, però, è la poesia civile, che lo avvicina a Pasolini.

Fra le sue tante liriche voglio ricordare in particolare quelle di “Tormarancio”

che esprimono con grande forza l’epos storico e civile.Nel 1945 Mario Fagiolo rinuncia definitivamente alla sua passata e pregevole

attività di architetto (è autore, insieme a Mario Ridolfi, d’un capolavoro dell’architettura

del ventennio, il Palazzo delle Poste a piazza Bologna) e perfino

al suo nome anagrafico. Nel 1946 nasce il “caso dell’Arco”, quando una cospicua

serie di letterati e critici rispondono alle provocazioni di Antonio Baldini,

il quale – nella sua premessa all’opera prima di dell’Arco – inseriva il nuovo

poeta romanesco in un panorama che coinvolgeva a sorpresa personaggi diversissimi

come Dante, Pontano, Belli, Mallarmé, Pascoli, Palazzeschi e Govoni,

per finire con De Pisis e Borromini. Tra il 1946 e il 1950 il poeta conquista

subito un posto sicuro nel parnaso italiano con la malleveria di Pietro Paolo

Trompeo, Pietro Pancrazi, Muzio Mazzocchi, Pier Paolo Pasolini, Giorgio

Petrocchi, Arnaldo Bocelli, Ferruccio Ulivi, Giacinto Spagnoletti, Leonardo

Sciascia, Renzo Frattarolo, Carlo Bo, Giuseppe De Luca… Quest’ultimo contrapponeva

alla vena leggera delle prime poesie i nuovi affondi nelle tenebre dell’anima:

“Quel che gli vien di fonte, e resta oscuro come in una fonte profonda,

è la malinconia. Certe inflessioni sono d’una amarezza dura; e certe luci, certi

guizzi, fanno paura… Come quei tuoni lontani e quei lampeggiamenti lunghi

ed estenuati che fanno sospettare prima o poi la tempesta coi tuoni e i fulmini

che ci scoppiano innanzi…”.

La molteplice attività letteraria di dell’Arco comprende fra l’altro volumi su

Roma e sulle tradizioni popolari. Di grande importanza, dopo il bando ai dialetti

decretato dal ventennio fascista, appare la sistematica opera di promozione

della poesia dialettale, nella quale dell’Arco trovò come compagni di strada letterati

come Sciascia, Gadda (del quale fu consulente per il romanesco de Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

e soprattutto Pasolini (insieme al quale curò nel 1952 la grande

Antologia della poesia dialettale); vanno ricordate poi le riviste da lui fondate

e dirette: “Poesia Romanesca”, “Er Ghinardo”, “Orazio”, “Il nuovo Chracas”,

“Il nuovo Belli dei dialetti italiani” (quest’ultima rifondata in tempi recenti a

cura del Centro di Studi G.G. Belli).

 

Per quanto lo stesso dell’Arco ne minimizzasse il valore rispetto all’opera poetica,

per una lunga stagione egli fu anche uno degli autori più importanti

della canzone romana. Per chi ama questo genere il suo nome è un riferimento

importante e la sua opera resta indimenticabile.

Quando, venti anni fa, rimisi le mani nella grande Storia della canzone

romana di Giuseppe Micheli, mi sono a lungo soffermato su molti brani di

dell’Arco, da “Stelluccia” a “Ninna azzurra”, da “Presepio de mamma” a

“Fiorara”, solo per citarne alcuni.

Queste canzoni, composte generalmente insieme a Fortunato Lay che ne scrisse

le musiche, testimoniano di un momento particolarmente ispirato e felice

della canzone romanesca. Sono gli anni tra il 1925 ed i primi anni ’30,

quando a Roma si svolgevano le rassegne canore legate alle Feste di S.

Giovanni.

E proprio in quegli anni, nel 1927, in un’audizione che ebbe luogo all’allora

Teatro Morgana (l’attuale Brancaccio), fu eseguita la canzone forse più celebre

di Mario dell’Arco: “Pupo biondo”, che, insieme a “Ninna azzurra”, esaltava

la morte di un eroico aviatore. L’interpretazione di questo brano suscitò

fra il pubblico una grande commozione e venne applaudita lungamente.

Come giornalista, specializzato in argomenti

romani, fu insignito fra l’altro di un “Premio Città di Roma”. Editore

raffinato, dell’Arco ha valorizzato l’opera di numerosi poeti, in qualche caso

“istigandoli” a produrre per la prima volta in dialetto (è il caso delle poesie lucane

di Albino Pierro).

La ricostruzione delle vite parallele (se pure sfasate cronologicamente) dell’architetto

e del poeta conduce finalmente alla verifica di una recente intuizione

interpretativa: e cioè che l’architettura di Mario Fagiolo è fatta di pensiero e di

poesia immaginifica così come la poesia di Mario dell’Arco appare strutturata

architettonicamente.

Ebbe una fertile attività creativa che vanta una cinquantina di titoli (da Taja ch’è rosso! del 1946 a Ponte dell’Angeli del 1955, da Roma levante, Roma ponente del 1965, ad A li quattro cantoni del 1973, da Arciroma del 1978, a Gatti del 1980, da Assolo del 1982 a Vince il turchino del 1985)

La Redazione

0L’angeli se so dato appuntamento

La farfalla

Era qui, tra le dita,
tutta un brivido d’ale, doppo un’ora
de corsa, la farfalla.
Svanito er prato verde, oggi, svanita
la farfalla: ma accesa tra le dita
resta l’impronta gialla
e la corsa sull’erba dura ancora.

Eredità

Ar primo passo de l’inverno er vento
m’ha portato una fronna:
l’urtima der mantello
d’un pioppo. Un testamento.
“Te lasso” dice “er canto d’un fringuello”.

In mezzo ar prato

Buttate in mezzo ar prato,
le mollichelle è come si chiamassero
e in tuffo ariva er passero.
Penso a un piedino ciuco, penso a un passo
ancora incerto: e lasso
la palla in mezzo ar prato.

Angeli

L’angeli se so dato appuntamento

in dieci sopra ar ponte, cor sudario o la croce, a fronte a fronte, 

e ne le pieghe der mantello er vento. 

Ho chiesto a mano gionte 

na pena: io, peccatore. Strada più amara de la tua, Signore,

 nun c’era. E imbocco ponte

(Da “Ponte dell’angeli”, 1950)

 

L’Angioli

A cavacecio ar timpano, o a cavallo 

a l’occhialone, o sopra ar piedistallo, 

de guardia all’ape al drago a la colomba, 

o arampicato in pizzo a la cornice 

cor mandolino er ciùfolo la tromba, 

ogni angiolo è felice. 

Ogni angiolo fa er bagno co’ la guazza, 

s’asciutta ar primo sole, se spupazza 

appresso a li rondoni, e a giorno pieno 

guarda er celo e s’abbuffa de sereno. 

(“L’Angioli”, 1946)

 

Castel Sant’Angiolo

Hanno voja le nuvole 

a calà come farchi su Castello: 

c’è l’Angiolo de guardia: un mulinello 

a grugno duro in mezzo a la masnada, 

e come vede azzuro 

aripone ner fodero la spada. 

(“Castel Sant’Angiolo”, 1946)

 

Una piuma

Stacco er volo da terra, sfioro er pino, 

tocco er celo. 

Una piuma, 

un ricciolo de spuma, 

sfarfalla su una stesa 

de cuppole. 

Macché 

angelo arrampicato a San Carlino 

e le Quattro Funtane o a Sant’Agnese in Agone! 

La piuma s’è staccata da me. 

(“Una piuma”, 1978)

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