La Redazione
Franco Loi (1930-2021) è considerato uno dei massimi poeti contemporanei del nostro Paese e il più significativo in lingua dialettale milanese). Nella sua opera poetica ha assunto il dialetto meneghino come il crogiolo, il laboratorio linguistico, di un più complesso espressionismo linguistico, talvolta animato anche di una forte passione politica antifascista, mescolando elementi di varia provenienza, rielaborati e reinventati per piegarli alle sue esigenze espressive. Autore di numerose raccolte poetiche in cui ha saputo fondere una poesia di ampio respiro narrativo e improvvisi slanci lirici.
Molti sono i linguaggi della poesia di Franco Loi, naturalmente al primo posto il suo milanese, parlato e lirico, con cui a partire dagli anni ’70, ha profondamente rinnovato la tradizione lombarda, di Porta e Tessa; poi il genovese, della sua città natale, ma anche il sardo e l’emiliano dei genitori, infine l’italiano della sua prosa saggistica e delle sue auto traduzioni.
La polivalenza espressiva si specchia nella ricca articolazione dei suoi temi e motivi, che in mezzo secolo di attività, ha fatto di Loi uno dei maggiori poeti ‘nostrani’ di statura europea, come attestano, tra l’altro, le non poche traduzioni in varie lingue.

La sua è una poesia capace di scenari diversi, dalla teatralità narrativa al lirismo più intenso e spirituale, dall’acuta rilevazione di un dettaglio quotidiano all’osservazione cosmica; una gamma ricca e cangiante, che mostra la sua grande capacità di ascolto ed interpretazione dell’umano, della natura e dell’altro.
Per Loi la parola poetica nasce dal silenzio e dall’ascolto interiore – esperienza comune a molte tradizioni spirituali -, condizione che ci permette di sentire tutto il nostro essere, di cui la mente è solo una parte, non il tutto. Al di là della mente, luogo logico e razionale, c’è infatti un luogo misterioso e indicibile – che chiamiamo cuore – e la poesia è il linguaggio che più gli si avvicina: il mistico tace, il poeta scrive. Per Loi la poesia è un’immersione nel fiume della vita e il poeta ne raccoglie sensazioni e umori, sa innamorarsi e disperarsi, ma soprattutto sa osservare con attenzione il mondo che lo circonda: gli alberi, le case, i tram, gli occhi delle persone, l’aria. In Loi è molto evidente questa attenzione alla vita di tutti i giorni, anche per le monate, cioè, le cose da poco conto. Il suo è un canto alla vita simile a quello di Ungaretti quando dice che “la vera poesia è sempre una preghiera.” In questo stato d’animo, Franco Loi intravede la luce del vero tra le maglie della nostra quotidianità.
La luce del vero è proprio riconoscere la pienezza della vita, fatta di mente e spirito, che sono inseparabili. Scrive Franco Loi in “La luce del vero” (2009):
“Si scrive attraverso l’ascolto di qualcosa che abbiamo dentro di noi e che non muore mai, la parola poetica è come una luce che rischiara il mondo e almeno in parte la nostra oscurità. La luce del vero è riconoscere la pienezza dell’evento umano e dell’evento naturale, la pienezza fatta di spirito e materia insieme.”
Nei suoi testi Loi usa un dialetto milanese molto aperto alle contaminazioni, intrecciando voci diverse: dal dialetto milanese della tradizione letteraria al gergo dialettale proletario e sottoproletario non solo milanese, dagli arcaismi ai forestierismi, fino ai neologismi e alle sue personali invenzioni, ottenendo un impasto linguistico di forte originalità espressiva, che spesso si nutre di polemica sociale e talora anche politica. A partire da Stròlegh, uno sguardo penetrante e insieme visionario nel mondo operaio e popolare della Milano anni Quaranta e Cinquanta, cui hanno fatto seguito Teater (1978), in cui come suggerisce il titolo tutto si svolge come su una scena teatrale, L’angel, una sorta di romanzo in versi in cui compaiono anche passi in genovese, emiliano e romanesco, L’aria (1981), Bach (1986), Liber (1988), la sua ricerca ha recuperato con uguale efficacia e originalità l’epica popolare e l’intimismo lirico.
Ha realizzato ancora: Memoria (1991), Umber (1992), Arbur (1994), Amur del temp (1999), Isman (2002), Aquabella (2004). Nel 2005 ha pubblicato Aria de la memoria, un’antologia delle poesie scritte tra il 1973 e il 2002. Con Voci d’osteria (2007) ha messo in forma poetica il copioso materiale raccolto nel tempo ascoltando le voci della gente comune, ovunque ci fossero ancora persone in grado di parlare in dialetto milanese, mezzo espressivo da sempre ritenuto straordinariamente capace di cogliere il carattere degli uomini e il senso della vita. Autore anche di una raccolta di saggi (Diario breve, 1995) e di racconti (L’ampiezza del cielo, 2001), nel 2010 ne è stata edita l’autobiografia dal titolo Da bambino il cielo, a cura di M. Raimondi; tra le sue opere più recenti occorre citare, entrambe del 2012, la raccolta poetica I niül e il testo La luce della poesia, articolata riflessione sull’essenza di questo genere letterario, e Voci d’un vecchio cantare (2017).
È stato vincitore del Premio Bonfiglio per la raccolta Stròlegh e del Premio Nonino per Liber; in seguito, ha ricevuto il Premio Librex Montale e il Premio Brancati 2008 (sezione poesia) con il libro Voci d’osteria.
È stato insignito dalla Provincia di Milano della medaglia d’oro e ha ricevuto dal Comune di Milano l’Ambrogino d’Oro e il Sigillo Longobardo della Regione Lombardia.Ha inoltre vinto nel 2014 il Premio LericiPea Golfo dei Poeti, Sezione dialettale “Paolo Bertolani”.
Breve bibliografia:
Stròlegh, Einaudi, 1975
L’Angel, San Marco dei Giustiniani, 1981
Teater, Einaudi, 1989
Liber, Garzanti, 1995
Aria de la memoria, Einaudi, 2005
La lus del ver, Quaderni di Orfeo, 2006
Da bambino il cielo, autobiografia con annesso dvd Il canto della vita di Marco Manzoni, Garzanti, 2010
Il silenzio, Mimesis, 2012
Amur del temp, Crocetti, 2018
Che dì, ragassi! In depertütt balera!
Baler in strada, baler den’ di curtìl…
L’è la mania del ballo! Milan che balla!
Gh’è ’n giögh de bocc, un prâ… Sü tri canìcc,
e, tràcheta, la sala bell’e prunta…
Un’urchestrina… Tri balabiott pescâ
föra Lambrâ… E via volare! El Nait
’na lüsa sula! Basta che pénden
chi quatter lampedìn de carta rösa…
Gardenia, Miralago, Stella Russa,
el Lido, Lago Park, la Capannina…
Fina nel Trotter… E ogne nòm ’na storia,
ché basta dì «l’era ’l Quarantacinq»
e pö «Quarantases», e a tanta gent
s’indrissa i urègg, ghe vègn i furmigun…
… Vegnivum da la guèra, e per la strada
gh’evum passâ insèma amur, dulur.
Amô sparaven, amô gh’eren i mort,
ma serum nüm, serum class uperara,
nüm serum i scampâ da fam e bumb,
nüm gent de strada, gent fada de mort,
nüm serum ’me sbuttî dai fòpp del mund,
e, nun per crüdeltâ, no per despresi,
mancansa de pietâ, roja de nüm,
ma, cume ’na passiun de sû s’ciuppada,
anca la nott nüm la vurevum sû…
Ciamila libertâ, ciamila sbornia,
ciamila ’me vurì… Festa ai cujun!
… ma nüm, che l’èm patida propri tüta,
anca la libertâ se sèm gudü!
Che giorno, ragazzi! Dappertutto balera!
Balere in strada, balere nei cortili…
È la mania del ballo, Milano che balla!
C’è un gioco di bocce, un prato… Su tre cannicci,
e, tràccheta, la sala è già pronta…
Un’orchestrina… Tre strapelati pescati
fuori Lambrate… E via volare! Il Night
è una sola luce! Basta che pendano
quelle quattro lampadine di carta rosa…
Gardenia, Miralago, Stella Rossa,
il Lido, Lago Park, la Capannina…
Perfino nel Trotter… E ogni nome una storia,
ché basta dire «era il Quarantacinque»
e poi «Quarantasei», e a tanta gente
si drizzano le orecchie, gli vengono i formiconi…
… Venivamo dalla guerra, e per la strada
ci avevamo passato insieme amori, dolori.
Ancora sparavano, ancora c’erano i morti,
ma eravamo noi, eravamo classe operaia,
noi eravamo gli scampati dalla fame e dalle bombe,
noi, gente di strada, gente fatta di morte,
noi eravamo come germinati dalle fosse del mondo,
e non per crudeltà, non per disprezzo,
mancanza di pietà, vomito di noi,
ma, come una passione di sole esplosa,
anche la notte noi la volevamo sole…
Chiamatela libertà, chiamatela sbornia,
chiamatela come volete… Festa ai coglioni!
… ma noi, che l’abbiamo patita proprio tutta,
anche la libertà ci siamo goduti!
(Angel, 1994 – Parte Prima. IX)
* * *
Nüm ciàmum natüra quèl che sèmm, vedèmm
e tùccum, vìvum, màgnum… forsi pénsum…
Ma lé sé l’è? Un quìss. Forsi sustansa
de quèl che ne la vita l’è ’l pensà,
forsi quèl vöj ch’al mar de la bundansa
la furma scund nel vel del sò passà…
Oh che natüra matta! Un giögh del nient.
Te vöret stàgh nel cör e sbandunàss,
e lé la buffa, se fa d’aria, e ’l vent
te tira denter e l’è ’me ’n sluntanàss,
e l’è ’na vöja che te strèppa dent
e dumâ curr te fa sensa fermàss…
E alura a chi dà atrâ? A la natüra?
la sciensa? religiun? el farnesià
che fa filusufìa? o a chi trascüra
la faccia d’un quaj diu e i sò creà?
Mì, per mè cünt, û truâ la cüra:
natüra lé, natüra mì, el parlà…
E dunca stèmegh dent sensa paüra
e del sò bèll lassìm ’me ’n ciucch cantà.
Noi chiamiamo natura quel che sappiamo, vediamo,
e tocchiamo, viviamo, mangiamo… forse pensiamo…
Ma lei cos’è? Un enigma. Forse sostanza
di quello che nella vita è il pensare,
forse quel vuoto che in un mare così grande
la forma nasconde al velo del suo passare…
Oh che natura pazza! Un gioco del niente.
Tu vuoi starci nel cuore e abbandonarti,
ma lei sbuffa, si fa d’aria, e il vento
ti attira dentro ed è come un allontanarsi,
ed è un desiderio che ti dilania dentro
e soltanto correre ti fa senza riposo…
E allora a chi dar retta? Alla natura?
alla scienza? la religione? il farneticare
della filosofia? o a chi trascura
la faccia d’un qualsiasi dio e le sue creazioni?
Io, per mio conto, ho trovato la cura:
natura lei, natura io, il parlare…
Dunque stiamoci dentro senza paura
e del suo bello lasciatemi da ubriaco cantare.
(Angel, 1994 – Parte Quarta. III)
* * *
Sù pü né quèl che sun né quèl che seri,
sù nient de quèl sarà che me recorda,
e alter me vègn sü, cum ’una storia
che vègn de la memoria del cantà..
Oh vurarìa.. Che gran parola storba!
Quèl che la vita dìs sa pü parlà.
J öcc.. oh dì di öcc! che gran fortüna
vèss in quj öcc un spegg del respirà..
La nott l’era la nott, e mì nel venter
me sun nascost de lé per mai turnà.
Non so più quel che sono né quel che ero,
non so niente di quel futuro che già mi ricorda,
e l’altro mi vien su, come una storia
che torna dalla memoria del cantare…
Oh vorrei… Che gran parola disturbata!
Quel che la vita dice non sa più parlare.
Gli occhi… oh dire degli occhi! Che gran fortuna
essere in quegli occhi uno specchio del respirare…
La notte era la notte, e io nel ventre
mi son nascosto di lei per non tornare.
(Verna, 1997)
* * *
Sbianca la nott la ghe tegniva in scoss,
e la citâ despersa dré di spall
e l’aqua sott i câ la se perdeva
e i gent che nel passà rideven matt,
e lé l’era la nott che ghe purtava
tra i strâd ne la belessa de l’andà,
che mì e tì, nel perdèss del stà insèma,
anca la nott, l’umbrìa, èm smentegâ.
Pallida la notte ci teneva in grembo,
e la città dispersa dietro le spalle
tra le acque che sotto le case si disperdevano
e le genti che nel passare ridevano strambe,
e lei la notte ci portava
tra le strade nella bellezza dell’andare,
ché io e te, nel perdersi dello stare assieme,
anche la notte, l’ombra, abbiamo dimenticato.
(Verna, 1997)
* * *
Sü ’n tram û ’ist in faccia la belessa,
un tram südâ, de cappell e giacch,
de impiagâ cuj facc de la tristessa,
e de dònn grass, de bamburín cuj tacch;
û ’ist la faccia che ghe brusava el cör
in ’na Milan che la slisava aj fracch
de câ indurment, de òmm che par che mör,
de auto, buss, sirènn e gas ne l’aria,
e ’stu scappà del temp föra del vör..
L’era ’na faccia franca, lüs ne l’aria,
nel rídd al blö di öcc culur del vent,
un vestî flosc d’un rösa che par svaria
al trèm del corp al tucch del sentiment…
Mí l’û beüda nel bèll del so vardà
e lé s’è fada festa tra la gent.
Su un tram ho visto in faccia la bellezza,
un tram sudato, di cappelli e giacche,
di impiegati con le facce della tristezza,
e donne grasse, e ombelichi sui tacchi;
ho visto la faccia che le bruciava il cuore
in una Milano che scivolava tra mucchi
di case addormentate, di uomini che sembrano morire,
di auto, bus, sirene e gas nell’aria,
e questo fuggire del tempo oltre la volontà…
Era una faccia franca, luce nell’aria,
nel ridere blu di occhi color del vento,
un vestito floscio d’un rosa che pare cangiante
al tremare del corpo al tocco del sentimento…
Io l’ho bevuta nel bello del suo guardare
e lei si è fatta festa tra la gente.
(Amur del temp, 1999)
Stu mancament del mund me fa paüra,
stu vöj de carna che par restreng j òmm,
quèl gran silensi che passa ne la sera
e se mí ciami l’è silensi amô.
Questo mancamento del mondo mi fa paura,
questo vuoto della carne che pare stringere gli uomini,
quel gran silenzio che passa nella sera
e se io chiamo è silenzio ancora.
(Amur del temp, 1999)
* * *
Sun lí che pensi e me vègn de piang,
a l’impruísa, per un quaj magun
che sta sòta la pèll, cume la vita
che mai la pénsum e l’umbra l’è de nüm.
L’è del giardín che vègn de caragnà,
ché passa in aria un sfrís che par de nüm
e se scunfund aj àrbur nel vardà:
un vestî vècc, di facc, un nòm luntan,
el sentiment d’un grupp de desgrupà,
una fenestra che se derva pian.
Chissà sé te scartàscia den’ nel corp?
Se varda el sû e te boja un can.
Sono lì che penso e mi viene da piangere,
all’improvviso, per un qualche magone
che sta sotto la pelle, come la vita
che mai la pensiamo ed è l’ombra di noi.
È del giardino che ci viene da piangere,
ché passa nell’aria una scalfittura che sembra noi
e si confonde agli alberi nel guardare:
un vestito vecchio, delle facce, un nome lontano,
il sentimento d’un nodo da sciogliere,
una finestra che si apre piano.
Chissà cosa ti fruga tra le carte del corpo?
Si guarda il sole e ti abbaia un cane.
(Isman, 2002)
Dent la paròla persa mí me pèrdi,
deventi i ròbb del mund, l’aria che passa,
quèla parola che sta dedré de l’aria
e se fa ciara aj ögg che stan nel temp;
e se mí parli sù no chi l’è a parlà,
l’è ’l vent che parla nel mè d’un sentiment,
che nient se fa del nient, e nel pensà
la vûs che mí me ciama me vègn dent.
Dentro la parola persa io mi perdo,
divento le cose del mondo, l’aria che passa,
quella parola che sta dietro l’aria
e si fa chiara agli occhi che stanno nel tempo;
e se io parlo non so chi è a parlare,
è il vento che parla nel mio sentimento,
che niente si fa dal niente, e nel pensare
la voce che mi chiama mi viene dentro.
(Isman, 2002)
* * *
“Mì quan’ camini mai me volti indré
e se me volti l’è per tirà la vita,
chì, in due sun, in tra i brasc del temp.”
“Io quando cammino non mi volto mai indietro
e se mi volto è per attrarre la vita,
qui, dove sono, tra le braccia del tempo.”
(Voci d’osteria, 2007)
J öcc în loffi ne l’aria dré la mort,
la man de palta sura un linsö tütt bianch
mè pàder varda el sû cume a vèss nott…
Mè trèma d’aqua el cör de rana verd…
Due l’è? sé l’è mè pàder? cusa l’è ’ndâ?
sé restarà de lü nel vègn del verd
sü ’l gran linsö rescî? Mì sun passâ
nel spègg che scund la giuentü tra i vent
che sbuffa secch i föj de l’òm s’cincâ…
Chi trèma? chi se möv orb de la ment?
chi denter mì par rìdd del frècc d’inverna?
Sun chì a vardà un scunussü fâ nient
e pian se pèrd del pàder la mia eterna
fadiga de capì l’aria, el sò temp.
Gli occhi sono sciocchi nell’aria dietro la morte,
la mano di palta su un lenzuolo tutto bianco
mio padre guarda il sole come fosse notte…
Mi trema d’acqua il cuore di rana verde…
Dov’è? cos’è mio padre? cosa se n’è andato?
Cosa rimarrà di lui nel venire del verde
sul gran lenzuolo spiegazzato? Io sono passato
nello specchio che nasconde la gioventù tra i venti
che soffiano secchi le foglie dell’uomo spezzato…
Chi trema? chi si muove cieco di mente?
chi dentro mi sembra ridere del freddo invernale?
Sono qui a guardare uno sconosciuto fatto di niente
e adagio si perde del padre la mia eterna
fatica di capire l’aria, il suo tempo.
(Voci d’osteria, 2007)
* * *
Se möv in nüm quajcoss: l’è la cansun
che sentirèm nel scür de la tua stansa
l’è la belessa in mì del tò bèl fiâ?
o la memoria d’i dì che l’û cercada
e süj mè strâd pereva un sogn luntan?
Quajcoss se ciama amur, quajcoss vergogna,
quajcoss l’è libertà de vèss al mund.
Si muove in noi qualcosa: è la canzone
che sentiremo nel buio della tua stanza?
è la bellezza in me del tuo respiro?
o la memoria dei giorni che l’ho cercata
e sulle mie strade pareva un sogno lontano?
Qualcosa si chiama amore, qualcosa vergogna,
qualcosa è libertà d’essere al mondo.
(Voci d’un vecchio cantare, 2017)
* * *
(Per Antonio Stagnol)i
Sé l’è el giögh? L’è libertà, amur,
gioia de vìv, stà ’nsèma ne la vita,
dàss aj so angiul, tràss föra del dulur,
e alura dèm aj òmm sta cumparsita
de pulverina che je fa insugnà,
stu bèll brüsà de l’anfa de la vita
che cun l’amur te ciama al sumenà…
Se pensi ’l Paradîs nient l’è pü bèll
del sant enamuràss e del giügà,
e alura, cume dîl?… Squasi un barbèll
me vègn se stu a pensà al mè giügà…
e inscì me sun decìs: un bèll carèll
de palla prigioniera, un gran saltà
de corda e cun la lippa, e squasi in fund
la toppa e ’n te-ghe-lét che fa palpà…
L’è ’l mè regâl, el testament al mund.
Dopu tantu parlà, e cüntâv sü la storia
de l’angiul che sun stâ e vagabund,
me resta dumâ ’l temp de cantà i gloria,
svelià l’umbra d’un Diu nel vòster piatt
e pö mis’cià la mia vostra memoria
e fâv balà fra i stell, returnà matt.
Che cos’è il gioco? È libertà, amore,
gioia di vivere, stare insieme nella vita,
darsi ognuno al proprio angelo, tirarsi fuori dal dolore,
e allora diamo agli uomini questa ballata
di polverina magica che li fa sognare,
questo intenso bruciare l’affanno della vita
che con l’amore ti chiama al seminare…
Se ripenso il Paradiso niente è più bello
del santo innamorarsi e del giocare,
e allora, come dirlo?… Quasi un tremore
m’insorge se sto a pensare al mio giocare…
e così mi sono deciso: un bel carrello
di palla prigioniera, un gran saltare
alla corda e con la lippa, e quasi in fondo
la toppa e rincorrersi e toccarsi…
È il mio regalo, il testamento al mondo.
Dopo tanto parlare, e raccontarvi la storia
dell’angelo che sono stato e vagabondo,
mi rimane soltanto il tempo di cantare i Gloria,
svegliare l’ombra d’un Dio nella vostra vita
e poi mescolare la vostra e la mia memoria
e farvi infine ballare fra le stelle, ritornare matto.
(Voci d’un vecchio cantare, 2017)
* * *
Me piâs la vûs, me piâs la lüs del fiâ,
me piâs quèl camenà sensa paüra
giò per i piass felsin due ch’j straad
portenl’antiga vöja mai madüra
di gent ch’a la fadiga san cantà…
me piâs la niula che se fa ciara e scüra
sia nel silensi sia nel tò parlà,
me piâs l’amur de Diu che te consüma
sensa che mai fenìss el tò ciamà.
Mi piace la voce, mi piace la luce del respiro,
mi piace quel camminare senza paura
giù per le piazze felsinee dove le strade
portano l’antica voglia mai esaurita
delle genti che nella fatica sanno cantare…
mi piace la nuvola che si fa chiara e scura
sia nel silenzio che nel tuo parlare,
mi piace l’amore per Dio che ti consuma
senza mai esaurire il tuo chiamare.
(Voci d’un vecchio cantare, 2017)
I niül
(LE NUVOLE)
Ah Italia scunda, che nissün pö vêd,
Italia che laura e se despera
Italia sensa gloria e sensa mêd
tèra d’un diu scundü sensa paüra,
mì te cunussi e cerchi el giüss del crêd
che tègn insema i gent denter la scüra.
Ah Italia nascosta che nessuno può vedere/Italia che lavora e si dispera/ Italia senza gloria e senza possedimenti/ terra d‘un dio nascosto senza paura/ io ti conosco e cerco il succo del credere/ che tiene insieme le genti dentro l’oscurità.
În niül rösa cun di buff de scür
ch’j passa su Milan nel scend la sera…
În niul ch’j sparìss int un fàss ciar
– se sent bujà un quaj can nel fàss de cera
i tecc luntan di câ, rümur se sfànn…
e dré dun quaj barcun quajvün fa lera,
dü tri bagaj, ’na balla, el fer d’un tram…
’Me che patìss ne l’òm la luntanansa!
Cume patiss la vita nel tran tran!
Che bèla sera! ’Me taja’l cel la ransa
che fa vegnì süj câ quèl rìdd legger
e a l’umbra di purtun la lüna dansa
tra quèl tasè di üsèi ch’j par penser.
Sono nuvole rosa con sbuffi di scuro/che passano su Milano nel scendere la sera…/ Sono nuvole che spariscono in un chiarore/-si sente abbaiare qualche cane nel farsi di cera/i tetti lontani delle case, rumori si smorzano…/ e dietro un qualche balcone qualcuno canticchia, / due tre bambini, una palla, il ferro di un tram/ Come patisce nell’uomo la lontananza! / Come patisce la vita nella monotonia dei giorni/ Che bella sera! Come taglia il cielo la falce/che fa venire sulle case quel ridere leggero/ e all’ombra dei portoni la luna danza/ tra quel tacere d’uccelli che sembrano pensieri.
[Poesie tratte da I niül, Le nuvole, Interlinea; traduzioni, dal dialetto milanese all’italiano, dell’autore]
La Redazione
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