Ignazio Buttitta (1899-1997) – dialetto siciliano – Bagheria

La Redazione

Tra i poeti contemporanei che hanno scelto di esprimersi in siciliano, Buttitta (Bagheria 1899-Bagheria 1997) è il più conosciuto, sia in Sicilia sia nel resto d’Italia. La sua opera esprime in versi un intero secolo di storia sociale, politica, intellettuale della Sicilia, con richiami espliciti nelle radici, nelle cause e nelle conseguenze del disagio economico delle classi subalterne siciliane. Buttitta ha vissuto in prima linea il periodo delle lotte contadine, le due guerre mondiali, l’antifascismo, la lotta contro la mafia e la classe politica post-bellica. Egli concepisce con chiarezza – e viveva con determinazione – la letteratura come visione che si fa ragione, coscienza dell’ascoltatore, del lettore; quindi, progetto da agire nella realtà. “Il poeta deve riuscire a capire il come e il perché della tragedia che stiamo vivendo” (Ignazio Buttitta). Tuttavia, in Ignazio Buttitta non si agita la chimera della restaurazione linguistica dei vernacoli più conservativi ma invece si mostra l’interesse della sperimentazione e dell’invenzione linguistica usufruendo del parlato dei siciliani a lui coevi. Buttitta non era poeta da scrittoio, da ambienti borghesi e cenacoli ristretti, ma da piazza, poeta del popolo, della strada, cantastorie che declamava dinanzi a una platea di cittadini, curiosi e attenti.

Ignazio Buttitta nasce a Bagheria, provincia di Palermo, il 19 settembre 1899 da una famiglia di commercianti. Maschio di una coppia di gemelli, viene dato a balia e trascorre un’infanzia travagliata, di cui rimane eco nella sua poesia. Sin da ragazzo, conseguita la licenza elementare, lavora nella salumeria del padre. Nel 1917 è chiamato alle armi e con i ragazzi del 99 partecipa alla difesa del Piave. Durante i combattimenti, uccide un soldato tedesco diciassettenne. Visita il suo cadavere e trova nel taschino dell’uniforme una foto della madre del soldato defunto, con dietro un indirizzo, che si presume sia l’indirizzo della casa del ragazzo e della madre. Tormentato dai sensi di colpa, quando tornò in Sicilia, scrive una lettera alla mamma del ragazzo (Mamma Tedesca) e la invia. Se le sia arrivata o meno è sconosciuto, ma probabilmente, anche se l’avesse ricevuta, non avrebbe compreso il significato, dato che è scritta in siciliano. Nel 2025, la cantautrice Carmen Consoli traspone musicalmente Mamma Tedesca, riportando fedelmente il testo senza aggiunte.

Ritornato in Sicilia, frequenta Giuseppe Pipitone Federico, Luigi Natoli, Giuseppe Nicolosi Scandurra e numerosi altri poeti e intellettuali del tempo. Nel 1922 è tra i fondatori del circolo di cultura «Filippo Turati», che pubblica il foglio settimanale «La povera gente». Il Primo Maggio del 1922, il Circolo promuove una grande manifestazione per ottenere la giornata lavorativa di otto ore. Il 15 ottobre dello stesso anno, vigilia della Marcia su Roma, Buttitta è a capo di una sommossa popolare contro l’irrigidimento del dazio comunale, che gli costa l’arresto insieme ad altri collaboratori del settimanale. Nel 1924, in occasione delle elezioni politiche, presenta la lista del Partito Socialista, ma aderisce immediatamente dopo al Partito Comunista, in cui milita fino a lungo. Nel 1923 esce la sua prima raccolta di versi dialettali: Sintimintali, e nel 1928 il poemetto Marabedda. Amico di Vincenzo De Simone, frequenta Alessio Di Giovanni, Filippo Fichera, Antonio Negri, Giuseppe Pedalino. Dal 1927 è condirettore, insieme a Giuseppe Ganci Battaglia e Vincenzo Guarnaccia, del mensile palermitano di letteratura dialettale «La trazzera», che viene soppresso nel 1929 dal Regime. Allargato il commercio paterno, conosce in treno la sua futura sposa Angela Isaja, una maestra elementare, da cui ha quattro figli. Fra di essi, Antonino Buttitta morto nel 2017, noto antropologo ed esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, e Pietro, famoso giornalista e scrittore, morto nel 1994.

In questi anni, le sue poesie compaiono nel quindicinale isolano Il Vespro Anarchico, che sotto la guida di Paolo Schicchi conduce una veemente campagna antifascista; poi, in fogli clandestini.

Nel 1943 decide di trasferirsi a Codogno, in Lombardia. L’invasione della Sicilia da parte degli Alleati gli impedisce di ritornare all’Isola per salvare quel che resta della sua attività commerciale. Costretto a rimanere in Lombardia, si impegna attivamente nella lotta partigiana nelle Brigate Matteotti, di ispirazione socialista, attraverso cui si riavvicina al PSI, e viene due volte arrestato. Dopo la Liberazione, può finalmente tornare in Sicilia. Qui trova i suoi magazzini e la sua casa saccheggiati. Decide quindi di tornare in Lombardia, dove lo attendono la moglie ed i figli. Esercita l’attività di rappresentante. In Lombardia, ha la possibilità di frequentare assiduamente Salvatore Quasimodo ed Elio Vittorini. Di Quasimodo è la traduzione della raccolta Lu pani si chiama pani, edita nel 1954. Solo a metà degli anni Cinquanta, rientra definitivamente in Sicilia, stabilendosi nel suo paese natale. Affidata l’attività commerciale a terzi, può finalmente dedicarsi intensamente alla produzione poetica e portare la sua poesia fra la gente.

La poesia di Buttitta è fatta per essere recitata e cantata. Il poeta ha eletto a strumento espressivo il dialetto siciliano, nella forma della cantata popolare. Sono state numerosissime le sue recite in Sicilia e nel mondo. Nel 1956, in occasione del III Congresso Nazionale di Cultura Popolare, viene pubblicato il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali, noto anche per l’interpretazione che ne ha dato il cantastorie Ciccio Busacca, e nel 1963 la raccolta Lu trenu di lu suli, contenente anche il poemetto La vera storia di Salvatore Giuliano. Nel 1963 comincia la sua collaborazione con la casa editrice Feltrinelli. Per i tipi dell’editrice milanese saranno date alle stampe le raccolte La peddi nova (1963), La paglia bruciata (1968), Io faccio il poeta (1972), Il poeta in piazza (1974), Pietre nere (1983). Nel 1982 compare il volume Prime e nuovissime, che raccoglie molti dei suoi primi componimenti. Buttitta si è dedicato anche al teatro. Ha realizzato insieme a Giorgio Strehler lo spettacolo Pupi e cantastorie di Sicilia, rappresentato a Milano nel 1956. Ha scritto Portella della Ginestra e Il Patriarca (1958). Successivamente ha rielaborato la «vastasata» in tre atti di autore ignoto Lu curtigghiu di li Raunisi (1975), e composto nel 1986 Colapesce.

Nel 1972 gli è stato assegnato il Premio Viareggio. Nel 1980 gli è stata conferita, presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Palermo, la Laurea honoris causa in materie letterarie. Le poesie di Buttitta sono state tradotte in Francia, Spagna, Grecia, Romania, Cina, Russia.

In sua memoria, il figlio Antonino diede vita alla Fondazione “Ignazio Buttitta”, tuttora attiva.

Opere

• La paglia bruciata. Racconti in versi, Milano, Feltrinelli, 1968

• Io faccio il poeta, Milano, Feltrinelli, 1972

• Il poeta in piazza, Milano, Feltrinelli, 1974

• La peddi nova, Milano, Feltrinelli, 1977

• Prime e nuovissime, Gruppo Editoriale Forma, 1982

• Pietre nere, Milano, Feltrinelli, 1983

• La vera storia di Salvatore Giuliano, Palermo, Sellerio, 1997

• La mia vita vorrei scriverla cantando, Palermo, Sellerio, 1999

• Portella della Ginestra: dramma in quattro atti, Fondazione Ignazio Buttitta, Istituto Ernesto De Martino, 2010

LINGUA E DIALETTU

 (1970)

 

Un populu

mittitilu a catina

spughiatilu

attuppatici a vucca

è ancora libiru.

 

Livatici u travagghiu

u passaportu

a tavula unnu mancia

u lettu unnu dormi,

è ancora riccu.

 

Un populo

diventa poviru e servu

quannu ci arrubbano a lingua 

addutata di patri:

è persu pi sempri.

 

Diventa poviru e servu

quannu i paroli non figghianu paroli

e si mancianu tra d’iddi.

Mi n’addugnu ora,

mentri accordu la chitarra du dialetto

ca perdi na corda lu jornu.

 

Mentre arripezzu

a tila camuluta

ca tissiru i nostri avi

cu lana di pecuri siciliani.

 

E sugnu poviru:

haiu i dinari

e non li pozzu spènniri;

i giuielli

e non li pozzu rigalari;

u cantu

nta gaggia

cu l’ali tagghiati.

 

Un poviru

c’addatta nte minni strippi

da matri putativa

chi u chiama figghiu

pi nciuria.

 

Nuatri l’avevamu a matri,

nni l’arrubbaru;

aveva i minni a funtana di latti

e ci vìppiru tutti,

ora ci sputanu.

 

Nni ristò a vuci d’idda,

a cadenza,

a nota vascia

du sonu e du lamentu:

chissi no nni ponnu rubari.

 

Non nni ponnu rubari,

ma ristamu poveri

e orfani u stissu.

 

Lingua e dialetto

Un popolo 

mettetelo in catene

spogliatelo

tappategli la bocca

è ancora libero.

 

Levategli il lavoro

il passaporto

la tavola dove mangia

il letto dove dorme,

è ancora ricco.

 

Un popolo

diventa povero e servo

quando gli rubano la lingua

ricevuta dai padri:

è perso per sempre.

 

Diventa povero e servo

quando le parole non figliano parole

e si mangiano tra di loro.

Me ne accorgo ora,

mentre accordo la chitarra del dialetto

che perde una corda al giorno.

 

Mentre rappezzo

la tela tarmata

che tesserono i nostri avi

con la lana di pecore siciliane.

 

E sono povero:

ho i danari

e non li posso spendere;

i gioielli

e non li posso regalare;

il canto

nella gabbia

con le ali tagliate

 

Un povero 

che allatta dalle mammelle aride

della madre putativa,

che lo chiama figlio

per scherno.

 

Noialtri l’avevamo, la madre,

ce la rubarono;

aveva le mammelle a fontana di latte

e ci bevvero tutti,

ora ci sputano.

 

Ci restò la voce di lei,

la cadenza,

la nota bassa

del suono e del lamento:

queste non ce le possono rubare.

 

Non ce le possono rubare,

ma restiamo poveri

e orfani lo stesso.

 

 

 

 

UN SECULU DI STORIA

(Settembre 1970)

 

 

Accusu i politici

d’oggi e d’aeri:

Crispi e compagni,

pridicatura da monarchia,

beccamorti e fallignami

ca nchiuvaru a Sicilia

viva nta cruci.

Accusu i Savoia,

i primi e l’ultimu

re e imperaturi,

fascista e talianu

ncurunatu di midagghi

scippati cu sangu

ndo cori di matri.

Un seculu di guerri,

un seculu di stragi:

c’è ossa di siciliani

vrudicati nte diserti,

nta nivi,

nto fangu di ciumi:

c’è sangu di sulfarara,

di zappatura,

di matri scheletri

e picciriddi sparati

nte chiazzi da Sicilia.

Non hanno vuci e gridanu

L’ammazzati du ‘93

chi petri nte sacchetti

e la fami nte panzi vacanti.

Non hannu vuci e gridanu

cu coddu sutta i pedi di baruna,

cu l’ossa sturtiggnati du travagghiu;

ca lingua i cani

e u ciatu e denti.

Tri ghiorna di macellu

di martorii e beccamorti

di lamenti e chiantu

nte casi di poviri.

 

Ci fu carni a bon prezzu

nte tavuli di baruna;

a bon prezzu

pi sovrani di Roma;

a bon prezzu pi Crispi,

macillaru di corte;

e Lavriano

ginirali e sicariu

pagatu a ghiurnata.

L’avemu cca

Ancora cca

chi stissi facci

e u cori di sarvaggi

i scannapopulu;

ci liccamu i pedi,

ci damu u votu,

l’ugnia pi scurciarinni;

a corda pi nfurcarinni;

a mazza e a ncunia

pi rumpirinni l’ossa.

L’avemu cca

ancora cca a mafia,

assitatta nte vanchi d’imputati

a dittari liggi;

a scriviri sintenzi di morti

chi manu nsangati.

L’avemu cca

I compari da mafia

Chi manu puliti,

i firrara di chiavi fausi,

i spogghia artari ca cruci nto pettu;

unni posanu i pedi sicca l’erba,

sicca l’acqua

spuntanu spini e lacrimi pa Sicilia.

 

L’avemu cca

L’affamati du putiri;

l’affamati di carni cruda,

ca cridinu a Sicilia

un porcu scannatu

e ci spurpanu l’ossa.

Si si sicilianu

isa u vrazzu,

grapi a manu:

cincu banneri russi,

cincu!

Adduma a pruvulera du cori!

 

Si si sicilianu

fatti a vuci cannuni,

u pettu carru armatu,

i gammi cavaddi di mari:

annea i nimici da Sicilia!

 

 

L’avemu cca e cantanu

I rusignoli ammaistrati

c’agghiuncinu lacrimi di nchiostru

e lacrimi da Sicilia,

e stornellanu u misereri

a gloria di patruna.

Cantanu odi o suli

o celu

o mari

a zagara,

e portanu a Sicilia ntronu

cu velu niuru

di mala maritata.

 

U furnu svampa

e ghettanu cinniri a palati,

incapaci d’impastari

i cori di sicililiani

e farinni unu a tri punti

tridici voti chiù granni da Sicilia.

A Sicilia non havi chiù nomi

né casa e paisi;

havi i figghi sbattuti pu munnu

sputati comu cani,

vinnuti all’asta:

surdati disarmati

chi cummattinu chi vrazza.

 

Chi vrazza,

i rami virdi da Sicilia,

arrimiscanu a terra,

rumpinu timpuna,

siminanu

e fanno orti e ghiardina.

Chi vrazza…,

fabbricanu palazzi,

costruiscinu scoli,

ponti,

officini

e aeroporti.

Chi vrazza,

i lapi di meli da Sicilia

grapinu strati,

spirtusanu muntagni,

svacantanu a panza da terra.

Chi vrazza,

i surdati senza patria,

i sfardati,

i carni senza lardu

vestinu d’oru i porci di fora.

 

 

I chiamanu terroni,

zingari,

pedi fitusi;

e hanno i figghi e i matri

chi cuntanu i ijorna

cu l’occhi vagnati;

e stu cielu ca vasu,

e sta terra chi toccu

e mi canta nte manu;

e seculi di civiltà

sutta i pedi.

 

A sicilia non havi chiù nomi;

ma miliuna di surdi e di muti

affunnati nta un puzzu

ca io chiamu e non sentinu,

e s’allongu i vrazza

mi muzzicanu i manu.

Io ci calassi i cordi di vini,

i riti di l’occhi

pi tiralli du puzzu;

pirchì cca nascivu

e parru a lingua di me patri;

e i pisci

Aceddi

u ventu,

puru u ventu!

trasi nt’aricchi

e ciarlaria nsicilianu.

 

 

 

 

Cca nascivu,

e si mi vasu i manu

vasu i manu di me morti;

e si m’asciucu l’occhi

asciucu l’occhi di me morti.

Cca nascivu,

addattavu nte minni di sta terra,

ci sucavu u sangu:

si mi tagghiati i vini,

vi bruciati i manu!

 

Non è veru c’amamu a Sicilia

si avemu a storia nto pugnu

e l’affucamu;

non è veru

si addumanu u focu

e l’astutamu;

non è veru mancu

si stamu un ghiornu libiri

e pi cent’anni servi.

 

Non dumannamu pirdunu a storia

ora ca nni scurdamu

i martiri di tutti i tempi

ca misiru u coddu sutta a mannara

senza chianciri:

Di Blasi, unu!

Ora ca nni scurdamu

i torturati nte galeri,

i cunnannati a vita,

i nfurcati,

e l’arrustuti vivi nte chiazzi.

 

 

Petri e fangu

Pi cu supporta a miseria,

petri e fangu

pi cu batti i manu e putenti

petri e fangu

pi cu non metti u coddu

nta furca da libirtà:

u dicu e siciliani,

e mi scatta u cori!

 

 

E fu aeri,

(a data non cunta)

io vitti chainciri i matri

nto Chianu da Purtedda,

e Saveria Megna

addinucchiata supra l’erba

parrari cu so figghiu ammazzatu.

 

Idda u videva,

io no:

u foddi era io

si doppo vitti nersciri di fossi

tutti i morti pa libirtà da Sicilia:

vivi

a migghiara

a marusi

cu focu nta l’occhi!

 

Dammi la manu

Cola Lumbardu, 

(io parrava cu iddu!’)

sfardati a cammisa, ci dissi,

fammi vìdiri i pirtusa nto pettu

Sfunnatu di baddi taliani.

A Bronti, ci, dissi,

nto Chianu i San Vitu

dopu cent’anni cu passa

senti ancora a tò vuci:

moru pu populu!

 

Cuntami a storia

Turiddu Carnivali,

(io parrava cu iddu!’)

figghiu du nfernu e du paradisu,

cuntami a storia!

 

Nta stu pugnu c’è a morti,

ti dissiru;

nta stu pugnu i dinari,

ti dissiru;

e tu :

a morti,

a morti!

E ci turcisti u pugnu.

L’indumani

a Sciara

i cumpagni

u purtavanu a spadda:

quattru,

sudati,

un passu doppu l’àutru.

Ntutt’unu

a cascia

divintò leggia,

ci scappavadi nmanu

u mortu un c’era nta cascia,

caminava in prima fila

nmenzu i banneri russi;

a testa,

tuccava u celu!

Cu camina calatu

torci a schina,

s’è un populu

torci a storia.

 

Un secolo di storia

Accuso i politici

di oggi e di ieri:

Crispi e compagni

predicatori della monarchia,

beccamorti e falegnami

che inchiodarono la Sicilia

viva alla croce.

 

Accuso i Savoia,

i primi e l’ultimo

re e imperatore,

fascista e italiano,

incoronato di medaglie

strappate con il sangue

dal cuore delle madri.

 

Un secolo di guerre,

un secolo di stragi:

ci sono ossa di siciliani

sotterrate nei deserti,

nella neve, 

nel fango dei fiumi:

c’è sangue di zolfatai,

di zappatori,

di madri scheletri

e bambini uccisi

nelle piazze della Sicilia.

 

Non hanno voce e gridano

gli ammazzati del ’93

con le pietre nelle tasche

e la fame nelle pance vuote.

 

Non hanno voce e gridano

con il collo sotto i piedi dei baroni,

con le ossa storcigliate dal lavoro;

con la lingua di cani

e il fiato ai denti.

 

Tre giorni di macello

di mortori e beccamorti

di lamenti e pianto

nelle case dei poveri.

 

Ci fu carne a buon prezzo

sulle tavole dei baroni;

a buon prezzo

per i sovrani di Roma;

a buon prezzo per Crispi,

macellaio di Corte;

e Lavriano

generale e sicario

pagato a giornata.

 

Li abbiamo qui

ancora qui

con le stesse facce

e il cuore di selvaggi

gli scanna popolo;

gli lecchiamo i piedi,

gli diamo il voto,

le unghie per scorticarci,

la corda per impiccarci;

la mazza e l’incudine

per romperci le ossa.

 

L’abbiamo qui

ancora qui la mafia,

seduta sui banchi degli imputati

a dettare legge;

a scrivere sentenze di morte

con le mani che sanguinano.

 

Li abbiamo qui

i compari della mafia

con le mani pulite,

i fabbri di chiavi false,

gli spoglia altari con la croce sul petto;

dove posano i piedi secca l’erba,

secca l’acqua,

spuntano spine e lacrime per la Sicilia.

 

 

Li abbiamo qui

gli affamati del potere;

gli affamati di carne cruda,

che credono la Sicilia

un porco scannato

e le spolpano le ossa.

 

Se sei siciliano

alza il braccio,

apri la mano:

cinque bandiere rosse,

cinque!

Accendi la polveriera del cuore!

 

Se sei siciliano

fatti la voce cannone,

il petto carro armato,

le gambe cavalli di mare:

annega i nemici della Sicilia!

 

 

Li abbiamo qui e cantano

gli usignoli ammaestrati

che aggiungono lacrime d’inchiostro

alle lacrime della Sicilia

e stornellano il miserere

a gloria dei padroni.

 

 

Cantano odi al sole

al cielo

al mare

alla zagara,

e portano la Sicilia sul trono

col velo nero

di mal maritata.

 

 

Il forno avvampa

e buttano cenere a palate,

incapaci d’impastare

i cuori dei siciliani

e farne uno a tre punte

tredici volte più grande della Sicilia.

 

La Sicilia non ha più nome

né casa e paese;

ha i figli sparsi per il mondo

sputati come cani,

venduti all’asta

Soldati disarmati

che combattono con le braccia.

 

Con le braccia,

i rami verdi della Sicilia

rimescolano la terra,

rompono le zolle,

seminano

e fanno orti e giardini.

 

Con le braccia,

fabbricano palazzi,

costruiscono scuole,

ponti,

officine

e aeroporti.

 

Con le braccia,

le api da miele della Sicilia

aprono strade,

perforano montagne,

svuotano la pancia della terra.

 

Con le braccia,

i soldati senza patria,

gli stracciati,

e carni senza lardo

vestono d’oro i porci di fuori.

 

Li chiamano terroni

zingari,

piedi fetenti;

e hanno i figli e le madri

che contano i giorni

con gli occhi bagnati;

e questo cielo che bacio,

e questa terra che tocco

e mi canta nelle mani;

e secoli di civiltà

sotto i piedi.

 

La Sicilia non ha più nome;

ma milioni di sordi e di muti

sprofondati in un pozzo

che io chiamo e non sentono,

e se allungo le braccia

mi mordono le mani.

 

Io gli calerei le corde delle vene,

le reti degli occhi

per tirarli dal pozzo;

perché qui sono nato

e parlo la lingua di mio padre;

e i pesci

gli uccelli

il vento

pure il vento!

entra nelle orecchie

e ciarla in siciliano.

 

Qui sono nato,

e se mi bacio le mani

bacio le mani dei miei morti;

e se mi asciugo gli occhi

asciugo gli occhi dei miei morti.

Qui sono nato

allattai nelle mammelle di questa terra

le succhiai il sangue;

se mi tagliate le vene,

vi bruciate le mani!

 

Non è vero che amiamo la Sicilia

se abbiamo la storia nel pugno

e la soffochiamo;

non è vero

se accendiamo il fuoco

e lo spegniamo;

non è vero nemmeno

se stiamo un giorno liberi

e per cent’anni servi.

 

Non chiediamo perdono alla storia

ora che abbiamo dimenticato

i martiri di tutti i tempi

che misero il collo sotto la mannaia

senza piangere

Di Blasi, uno!

 

Ora che abbiamo dimenticato

i torturati nelle galere,

i condannati a vita,

gl’impiccati,

e gli arrostiti vivi nelle piazze.

 

Pietre e fango

per chi sopporta la miseria,

pietre e fango

per chi batte le mani ai potenti

pietre e fango

per chi non mette il collo

nella forca della libertà:

lo dico ai siciliani

e mi scoppia il cuore!

 

E fu ieri

(la data non conta)

io vidi piangere le madri

nel Piano di Portella 

e Saveria Megna

inginocchiata sull’erba

parlare con il figlio ammazzato.

 

Lei lo vedeva,

io no;

il pazzo ero io

se dopo vidi uscire dalle fosse

tutti i morti per la libertà della Sicilia:

vivi

a migliaia

a marosi,

e il fuoco negli occhi!

 

 

Dammi la mano

Nicola Lombardo, 

(io parlavo con lui! )

straccia la tua camicia, gli dissi,

fammi vedere il petto

bucato dalle pallottole italiane.

A Bronte, gli dissi,

nel Piano di San Vito

dopo cent’anni chi passa

sente ancora la tua voce

muoio per il popolo!

 

Raccontami la storia

Turiddu Carnevale, 

(io parlavo con lui!)

figlio dell’inferno e del paradiso,

raccontami la storia!

 

 

In questo pugno c’è la morte,

ti dissero;

in questo pugno i denari

ti dissero;

e tu:

la morte,

a morte!

e gli torcesti il pugno.

L’indomani

a Sciara

i compagni

lo portavano a spalla:

quattro,

sudati,

un passo dopo l’altro.

 

Di colpo

la cassa

diventò leggera.

gli scappava dalle mani:

il morto non c’era nella cassa,

camminava in prima fila

fra le bandiere rosse;

la testa,

toccava il cielo!

 

Chi cammina curvato

piega la schiena,

se è un popolo

PARRU CU TIA

Parru cu tia,

to è la curpa;

cu tia, mmenzu sta fudda

chi fai l’indifferenti

ntra na fumata e n’autra di pipa

chi pari ciminera

sutta di sta pampera

di la coppula vecchia.

Parru cu tia,

to è la curpa

si porti lu sidduni

e un ti lamenti;

si lu patruni, strincennu li denti

cu lu marruggiu mmanu e la capizza

t’arrimoodda li corna e ti l’aggrizza,

t’arrimoodda li corna

ti smancia li garruna,

ti’nfila inta la panza purpittuna,

t’ammacca ossa e spaddi,

ti sfricunia li caddi,

ti scorcia li custani,

ti spurpa comu un cani,

e supra la to carogna

ci sputa e ti svirgogna.

Parru cu tia,

to è la curpa.

Ti dici lu parrinu:

(li beni di lu munnu

su fàusi

e murtali

ca ddà supra tutti scàusi

arrivamu

e tutti aguali);

e tu ci cridi e ti scordi

dda casa e ddu pirtusu

unni sdivachi l’ossa;

e li to figghi ntra dda fossa

cu li vrazzudda ah’aria,

giarni comu malaria,

sicchi e sucati

com’umbri mpiccicati

a lu muru, schèlitri e peddi di tammuru;

ca si disianu farfalli

pi essiri vistuti,

agneddi pi sèntiri càvudu:

e gatti e cani pi spurpari ossa.

Parru cu tia,

to è la curpa

si la to casa pari un barraccuni

di zingari sfardati:

la scupa ntra n’agnuni

e scorci di patati,

lu cufularu cìnniri,

di crita la pignata:

e to muggheri

l’ossa di pècura spurpata;

li matarazza chini

di crinu di zabbara

e matri patri e figghi

tutti ntra na quadara;

lu sceccu a vista d’occhi,

chi Piscia e fa scurnazza

gialla, ca la ristuccia

ntra li vudedda sguazza;

e fradicia appizzata

a pignu ntra l’arcova,

una cucuzza pàpara

ca prerni russu d’ova;

e la farni chiantata

all’antu di la porta

cu la vuccazza aperta

e la facciazza svuorta.

Parru cu tia

to è la curpa

Sfarda sta carnrnisazza arripizzata,

tìncila e fanni un pezzu di bannera,

trasi dintra li casi puvireddi,

scinni nni li carusi carzarati,

sduna pi li stratuna e li trazzeri,

chiama picciotti e vecchi jurnateri,

cerca dintra li fùnnachi e li grutti,

l’ominí persi, abbannunati e rutti,

grìdacci cu la vuci d’un liuni:

«genti, vinni lu jornu a li diuni!»

Sfarda sta carninisazza arripizzata,

tìncila e fanri un pezzu di bannera

e pi torcia lu to vrazzu e lu to pusu:

unniala a li venti a pugnu chiusu:

russa era la tònaca di Cristu!

 

PARLO CON TE

Parlo con te

Tua è la colpa;

con te, in mezzo a questa folla

che fai l’indifferente

tra una fumata e l’altra di pipa

che sembra ciminiera

sotto la visiera

di berretto vecchio.

Parlo con te,

tua è la colpa

se porti il giogo

e non ti lamenti;

se il padrone, stringendo i denti

col bastone in mano e la cavezza

ti ammorbidisce le corna e le raddrizza,

ti ammorbidisce le corna

ti corrode la gola

ti conficca nei fianchi grossi pesi

ti comprime le ossa e le spalle,

ti sfrega i calli,

ti gratta le croste,

ti spolpa come un cane,

e sulla tua carogna,

ci sputa e ti svergogna.

Parlo con te,

tua è la colpa.

Ti dice il prete:

(i beni del mondo

sono falsi

e mortali

e lassù  tutti scalzi

arriviamo

e tutti uguali);

e tu ci credi e dimentichi

quella casa e quel buco

dove butti le tua ossa;

e i tuoi figli nella fossa

con le pance vuote

e le braccine all’aria,

pallidi come malaria,

magri ed emaciati

come ombre appiccicate

al muro, scheletri e pelle di tamburo;

che desiderano (essere) farfalle

per avere un vestito,

agnelli per sentire calore:

e gatti e cani per spolpare ossa.

Parlo con te,

tua è la colpa

se la tua casa sembra una baracca

di zingari stracciani:

la scopa nell’angolo

e bucce di patate,

la cenere nel focolare

la creta nella pentola:

e tua moglie

ossa di pecora spolpata;

i materassi ripieni

di foglie di agave

e madre, padre e figli

tutti in un calderone;

l’asino a vista

che piscia e caca guazza

gialla, ché l’acetosella

tra le budella sguazza;

fradicia appesa

al chiodo nell’alcova,

una zucca rossa

che pende rosso d’uova,

piantata una…

all’anta della porta

con le mascelle aperte

e la boccaccia storta.

Parlo con te,

tua è la colpa

Straccia questa camicia rattoppata,

tingila e fanne un pezzo di bandiera,

entra dentro le case dei poveri,

scendi tra i bambini carcerati

dissèminati per le strade e le trazzere,

chiama i giovani e i vecchi giornatari,

cerca dentro i fondaci e le grotte,

gli uomini perduti, abbandonati e piegati,

grida loro con la voce da leone:

“gente è venuto il giorno del riscatto!”

Straccia la tua camicia rattoppata,

tingila e fanne un pezzo di bandiera

e per torcia il tuo braccio e il tuo polso:

àgitala al vento a pugno chiuso:

rossa era la tònaca di Cristo!

La peddi nova

                               

A Pier Paolo Pasolini

Certu era bellu scriviri

comu un briacu

a la taverna a bìviri,

chi guarda la buttigghia

e ci parra,

e ridi a lu bicchieri

chi svacanta

e torna a ghinchiri arreri.

Scriviri mprinatu d’amuri:

la gravidanza, li dogghi, lu partu,

lu tempu esattu

pi fari un figghiu

e nasciri na puisia.

Certu era bellu;

ma ora sugnu spirtusatu,

lazzariatu di dintra,

                       e scrivu

cu lu duluri chi mi torci

comu un sarmentu a lu furnu;

com’unu assicutatu di li spirdi

muzzicatu di li lapi.

La storia di st’anni fucusi

ha zappatu cu l’ugna

dintra di mia,

e restu scantatu a taliari

l’omini tutti

mpinnuliati a un filu,

a un distinu sulu,

dintra na varca di pagghia c’affunna.

Sentu ca la me vuci

chi li chiama di luntanu

havi limmiti e cunfini d’amuri

e mori nni l’aria.

Voggh’essiri un cocciu di rina

nni la rina di la praja;

un pisci nni la riti cu l’àutri

mpignati a sfunnari

la gaggia chi li chiuj.

Mi vogghiu svacantari, scurciari,

farimi la peddi nova

comu li scursuna.

La pelle nuova

Certo era bello scrivere

come un ubriaco

che beve alla taverna

e guarda la bottiglia

e le parla,

e ride al bicchiere

che vuota

e torna a riempire di nuovo.

Scrivere pregno d’amore:

la gravidanza, le doglie, il parto,

il tempo esatto

per fare un figlio

e nascere una poesia.

Certo era bello;

ma ora sono scavato,

lazzariato dentro,

                           e scrivo

col dolore che mi torce

come un sarmento nel forno;

come uno inseguito dai fantasmi

punto dalle api.

La storia di questi anni infuocati

ha zappato con le unghie

dentro di me,

e resto atterrito a guardare

gli uomini tutti

appesi a un filo,

a un destino solo,

dentro una barca di paglia che affonda.

Sento che la mia voce

che li chiama da lontano

ha limiti e confini d’amore

e muore nell’aria.

Voglio essere un granello di sabbia

nella rena della spiaggia;

un pesce nella rete con gli altri

impegnati a sfondare

la gabbia che li chiude.

Mi voglio svuotare, scorticare,

farmi la pelle nuova

come le serpi nere.

 

La gatta 

Puru idda si nni ju

puru la gatta,

ora è cchiù sula la me casa.

E chi era? na gatta,

un giummiddu di cuda

un mustazzeddu nivuru e spilatu

dui occhi lustri

e un lamintusu miu-miu

nmenzu li pedí.

Era na gatta:

na cosa chi si movi

un mussu all’aria

quattru pedi all’additta

e na panzunedda vascía, allividdata.

Era na gatta;

ma bastava sul’idda

a rumpiri lu scuru di li gnuni

l’umbri di nterra,

           lu jelu e l’incantisimu di li cosi

chi nun parranu e sù vivi.

E vivi ntra la me casa

sù li filinii supra di lu tettu

o na macchia di nchiostru a la finestra;

vivi comu li me occhi, stanotti,

chini di chiantu,

comu lu cori affunnatu

ntra un puzzu scurusu

senza la corda a lu catu

e senza un spicchiu di celu pi spiranza.

Ci jucavanu na vota li me figghi

cu pizzuddi di carta

e la cchiù nica ci facia lu sonnu:

svampava lu caminu

li facci arrussicava lu caluri

e matri figghi e focu

svampavanu d’amuri.

 

Ed ora la me casa

è un furnu senza pani

ed iu un straniu

chi sparraccia sulu.

Codogno, anni 1946-50

 

La gatta

Pure lei se n’è andata

pure la gatta,

ora è più sola la mia casa.

E cos’era? una gatta,

un fiocchetto di coda

un mustacchino nero e spelato

due occhi lucidi

un lamentoso miao miao

tra i piedi.

Era una gatta:

una cosa che si muove

un muso all’aria

quattro piedi ritti

e un pancino basso, livellato.

Era una gatta;

ma bastava solo essa

a rompere il buio degli angoli

le ombre sul pavimento,

il gelo e l’incantesimo delle cose

che non parlano e sono vive.

E vive nella mia casa

sono le ragnatele del soffitto

o una macchia d’inchiostro sul davanzale;

vivi come i miei occhi, stanotte,

pieni di pianto,

come il cuore affondato

in un pozzo oscuro

senza la corda alla secchia

e senza uno spicchio di cielo per speranza.

Con lei giocavano una volta i miei figli

con pezzettini di carta

e la più piccola le faceva il sonno:

avvampava il camino

i visi arrossava il calore

e madre figli e fuoco

ardevano d’amore.

E ora la mia casa

è un forno senza pane

e io un estraneo

che vaneggia solo.

La Redazione

 

 

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