La Redazione
La poesia dialettale pugliese è stata ed è ricchissima di artisti in versi, tra le più ricche d’Italia. In questo compendio, che non ha la pretesa di essere esaustivo ma solo conoscitivo, si citano alcuni esponenti del passato e di tempi più recenti, tra i più rappresentativi, rendendo anticipatamente venia della dimenticanza di altri, altrettanto importanti.
Questa particolare poesia dialettale di Puglia vanta una tradizione che riflette le diverse parlate (barese, foggiano, salentino e tarantino). Tra i nomi di spicco del ‘900 e contemporanei spiccano figure come Pietro Gatti (Ceglie Messapica), Nicola De Donno (Maglie), Francesco Granatiero (Mattinata), e Albino Pierro (di Tursi, in provincia di Matera, ma inserito più in generale nel panorama poetico dialettale dell’intera area lucano-pugliese). Questi ed altri poeti dialettali pugliesi hanno saputo elevare il vernacolo a lingua letteraria, esplorando tematiche antropologiche, paesaggistiche e intime. In particolare, dell’area salentina e brindisina fanno parte Pietro Gatti (Ceglie Messapica) e Nicola De Donno (di Magli): dell’area garganica e dauna Francesco Granatiero; dell’area ionica Albino Pierro (Tursi, candidato più volte al Premio Nobel), ma si parlerà anche di molti altri Autori, sia dell’Ottocento che del Novecento, ed anche di Autori contemporanei e viventi.
Introduzione generale
“Non erano italici, come nel sud occidentale, gli abitanti della Puglia anteriori alla conquista grecoromanci”, scrive M. Corti, “ma Messapi, cioè di origine illirico-veneta; vari studi antropologici e linguistici hanno provato come la civiltà messapica avesse caratteristiche originali e di avanzato sviluppo e soprattutto una forte capacità di lavoro. Nel Salento, al sostrato messapico si deve aggiungere, come per il sud della Calabria, la colonizzazione greca, alla quale i salentini amano far risalire un certo prestigio culturale e artistico che li distingue ai restanti pugliesi. La situazione di area laterale, quindi marginale, dell’intera Puglia non solo durante l’occupazione romana, ma anche in epoca moderna, ha contribuito certo a conferire alla Puglia una fisionomia inconfondibile”.

Questa mancanza di unità culturale della regione, per la quale si può parlare di “baresità” e di “salentinità” come di due poli a sé stanti, a parte le altre frange, è alla base naturalmente della notevole diversità dei dialetti della Puglia, a differenza di altre aree italiane, storicamente più unite, quali la Sicilia, la Toscana, il Veneto, la Lombardia, dove le varie parlate presentano notevoli affinità. Inoltre, attraverso i suoi dialetti la Puglia dà immediata dimostrazione della separazione determinata dal latifondo e dalle distanze che hanno impedito l’unificazione in gruppi omogenei linguisticamente e culturalmente. Secondo O. Parlangeli, infatti, non si dovrebbe parlare di una, ma di più Puglie. Così anche dai punto di vista delle parlate, questa terra non è percorsa da un filo unico dal nord al sud. i tarantini non comprendono i dialetti che si parlano a pochi chilometri di distanza, a Manduria o a Martina Franca che fanno parte della loro provincia. E il fenomeno si ripete nella Puglia adriatica, la più vessata dalle invasioni e dalle incursioni. Ma nella Puglia ionica le differenze sono più vistose, considerata la forte influenza greca; sicché l’area tarantina è più vicina linguisticamente a Metaponto e a quella delle altre città della Magna Grecia.
Seguendo un criterio cronologico si può iniziare occupandosi della voce di Emilio Consiglio (1841-1905, area tarantina) del quale l’unico studioso che volle occuparsene nel primo decennio del Novecento (Vito Forleo), raccogliendo le sue Poesie italiane e tarentine (1907), parlò di humour, anzi di “amaritudine del motteggio”. Prima di scrivere le sue cose migliori d’intonazione assai diversa, il Consiglio, dietro la maschera di Cataldo Selaride, aveva seguito talune questioni di politica a base di epigrammi pungenti. Ma non è là che si può ritrovare il poeta, bensì in certe felici corrispondenze psicologiche con il paesaggio marino: una sorta di ebbrezza che sfocia nel patetico, con un sottile modo di lamentarsi che attenua le tinte e spegne i gridi, come in talune grandi liriche di Di Giacomo. Se ne vedono i risultati nel dittico “Travagghie de idde” e “Travagghie de iedde”, oppure nella bella sequenza in quartine “A feste ‘o sciardine di Biamonte” (“La festa nel giardino di Biamonte”), dove vibra un’aria di festa, fra cielo, alberi e mare:
U sole ha pueste rete a li muntagne
cu tante strisce d’ore e di zaffire;
u mare no si muove e no si lagne:
l’arie èsirene, fresche e si rispire.
Sarà ca pi rispett’a li signure
li viente one pigghiate ‘nota vie:
stè cante u gridde mmiezz’a li fiure,
ma no cu tuene di malincunie…
(“Il sole s’è messo dietro alle montagne con tante strisce d’oro e di zaffiri; il mare non si muove e non si lagna: l’aria è serena, fresca e si respira. Sarà che per rispetto ai signori i venti hanno preso un altra strada; sta cantando il grillo in mezzo ai fiori ma non con tono di malinconia”) (Traduzione di P. Mandrillo).

Nell’ultimo decennio dell’Ottocento il Salento esprime la figura singolare di Giuseppe De Dominicis, che fu buon traduttore in dialetto della grande poesia straniera del secolo scorso, e cantore della vita contemporanea leccese. Visse a Lecce dal 1869 al 1905 e trasferì gli aspetti caratteristici della sua città in un’opera fra balzana e satirica, Canti de l’autra vita, in quartine divenute presto popolari nell’ambito cittadino. Morto a soli trentasei anni, De Dominicis, che amò soprannominarsi Capitan Black, attende ancora oggi chi ne rivaluti le doti, non solo nell’ambito della satira di costume ma in quello dell’evocazione storica. E si tratta di un poemetto dedicato ai Martiri d’Otranto, un episodio vibrante della storia salentina, rivissuto più tardi dalla fantasia di M. Corti, Nicola De Donno e Carmelo Bene, in modi letterari diversi, lontani tutti dal drammatico fascino popolaresco di Capitan Black.
Francesco Saverio Abbrescia (Bari, 1813-1852) è il primo che conti nella tradizione del dialetto barese. Canonico di spiriti liberali (per la sua partecipazione ai moti del ’48 e alla Dieta di Bari, venne processato e privato dell’insegnamento) non fu il solo ecclesiastico meridionale a unirsi ai patrioti di quell’epoca. Ebbe anche, come altri poeti dialettali, il gusto di rappresentare “senza falsi sentimentalismi, rasentando irriverenze e oscenità” (M. Dell’Aquila) il mondo popolare. Il suo spirito polemico lo portò a caratterizzazioni d’un certo estro, come l’avvocatesca denunzia dell’avarizia nel capitolo “Au serare” (All’usuraio).

Accenti di generica denuncia non mancano alla vena disinvolta di Davide Lopez (Bari, 1867-1957), nella quale si ritrovano, trasferiti nell’aspro dialetto barese, temi che erano di moda nella poesia napoletana, anche la maggiore, quella che va da Di Giacomo a Russo, senza però il magistero linguistico di questi.

Antonio Nitti (Bari, 1886-1951), in dialetto di Bari, interpretò la stagione verista e crepuscolare fra Ottocento e Novecento, durante quel particolare momento di tono sentimentale che si manifestò in tutti i dialetti della penisola, dietro l’esempio di Giovanni Pascoli e di Salvatore Di Giacomo. Pasolini, che, insieme a Mario Dell’Arco, lo ospitò nella sua Antologia della poesia dialettale del Novecento (1952), unico fra tutti i poeti pugliesi, osserva che Nitti “pur provenendo dalla tradizione locale appartenga già a una nuova generazione, in cui è andato totalmente o quasi perduto il ricordo delle «Puglie barboniche». Il poeta barese,quindi, si inserisce tra i poeti dialettali italiani, ma, contemporaneamente, non rinuncia all’espressività sia paesaggistica che macchiettistica, costante nelle liriche dialettali del sud. Il palcoscenico della sua poetica è la sua città, Bari, vista con il taglio virtuosistico dei digiacomiani (il grande Salvatore Di Giacomo).
E lo si nota in questo delicato pastello di A vespre (Al vespro):
Come se strenge u core
acchiamendanne u mare
a l’ore c’au marnare
ascenne a pezzecà;
acquanne drete a Specchie
u vespre, chiane chiane,
se stenne e va lendane
la lusce a termedà;
a l’ore ca se tenge
de fuoche San Catalde,
quanne sparsece u ccalde
nand’a l’Avemarì.
A june a june tanne,
le pene e le dulure,
le larme e le pendure
te pare de sendì.
(“Come si stringe il cuore guardando il mare nell’ora in cui il marinaio scende a pescare; quando dietro lo Specchio il vespro, pian piano, si stende e va a tormentare lontano la luce; nell’ora in cui si tinge di fuoco San Cataldo, quando scompare il calore davanti all’Avemaria. A uno a uno i dolori e le pene, le lacrime e le punture ti sembra allora di sentire”) (Da notale che la traduzione è di P.P. Pasolini).
Nella lirica di Nitti, commossa e innamorata della propria terra, domina il paesaggio, che quando manca, però, fa scadere la qualità della sua poetica a semplice e più modesta obbedienza realistica, obbedendo a semplici ma sicure regole lessicali meridionali.
Nei dialetti della Capitanata, cioè della zona di Foggia e così chiamata dal termine catapano (che era il titolo dei governatori militari e civili bizantini che amministravano il territorio), l’ultimo poeta legato alla tradizione è Francesco Paolo Borazio (San Marco in Lamis, 1918-1953), che esercitò vari mestieri (spaccapietre, imbianchino, e anche pittore a olio). Poeta-operaio del Novecento, la sua produzione, nata spesso in contesti di sofferenza e lontananza, rappresenta una delle massime espressioni della poesia popolare garganica. Trent’anni dopo la sua morte, fu ritrovato, inedito, un suo poema in sestine, Lu trajone, scritto in dialetto garganico, con intenti eroicomici. Si tratta di una favola che registra all’interno di una tipica tradizione orale, quella del cantastorie, varie allusioni alla vita dell’autore e del suo paese. E il paese ritorna nei poemetti e nelle liriche de La preta favedda, a volte con ilare e disincantata aggressività e a volte sotto il profilo d’una bonaria saggezza popolare, che la parlata locale centra con indubbia bravura, come nel seguente testo:
Lu trajone
(Un terribile dragone sconvolge la comunità del piccolo
centro garganico, San Marco in Lamis. Vittime
d’un’ennesima violenza del mostro sono due giovani
innamorati: Velina e Seppantonio. L’assemblea consiliare,
dopo una vivace e contrastata seduta, decide di armare il
popolo che, munito di roncole ed accette, di zappe e
sputafuochi, di picconi e di coltelli, sotto l’alta protezione
dell’Arcangelo Michele, parte alla caccia del dragone.
Intanto si sparge la voce che in località “Canalone” si è dato
l’assalto al mostro. Tutto finisce tra la meraviglia e la gioia
degli assalitori, quando al suo posto, rannicchiati nel
pagliaio, ritrovano, sani e salvi, Velina e Seppantonio. II
poemetto si conclude, nell’esultanza generale, con il
matrimonio chiacchierato tra i due giovani).
Prime de tutte parla mast’Andreja,
Ch’è mastre de cucchiara e sape legge: ¬
“Signori, io prepono all’Assembreja
Che bisogna appurare lu pustegge,
Dove il Tragone si ni va a dormire:
Murare il buco… in modo… che pe’ uscire…”
Lu Sacretarie dice: “È mai possibile
Accogliere un progetto sì infelice?
Perché come può essere accessibile
II covo di quel mostro? Ce lo dice
L’amico?” Grida n’atu Consigliere:
“Quillo che dice il Sacritario è vere!”
Il drago: la seduta ─ Prima di tutti parla mastro Andrea,
/ che è mastro di cazzuola e sa leggere: / “Signori, io
propongo all’assemblea / che bisogna appurare il
nascondiglio, / dove il dragone se ne va a dormire: / murare
il buco…in modo… che per uscire…” // Il segretario dice: “È
mai possibile / accogliere un progetto sì infelice? / Perché
come può essere accessibile / il covo di quel mostro? Ce lo
dice / l’amico?” Grida un altro consigliere: / “Quello che
dice il segretario è vero!”
Quando si passa ad esperienze più recenti del dialetto pugliese in poesia non si può più solo parlare di tradizione dialettale, ma anche di espansione dei temi lirici trattati e di affinamento dal punto di vista tecnico tecnico, ascendendo ad una decisa autonomia del linguaggio letterario. Così accade al dialetto di Giacomo Strizzi, Pietro Gatti e Nicola De Donno, Lino Angiuli e Francesco Granatiero), ciascuno con una cifra personale espressiva.
Giacomo Strizzi (Alberona, Foggia, 1888 – Torino 1961), si è servito del dialetto d’origine per scandire le sue semplici riflessioni poetiche in gustosi quadretti di vita agreste, che non esprimono la pena del lavoro, ma solo un delicato gusto della campagna, goduta nell’interezza dei suoi tanti particolari ad ogni ora del giorno, come nella poesia A cunigghière (La conigliera):
Pare na conigghière
a casa de cummare
Bundanzie, a palettére:
tre cìtele rampèjene
nda nache; tre zurlèjene
p’u cane ‘m bocc’a pòrte;
duie fanne a mucciarèdde
sott’o Iétte; e Bundanzie,
sempre p’u beniamine
‘pezzecate a vunnèdde,
truttéire p’a trippa ‘nnanze.
(“Pare una conigliera la casa di comare Abbondanza, la panettiera: tre bimbi dimenano le manine nella culla; tre ruzzano col cane sull’uscio; due giocano a caponascondere sotto il letto; e Abbondanza, sempre col beniamino appiccicato alle gonnelle, trotta ‘per la casa’ col ventre gonfio avanti”) (Traduzione dell’autore).
Le scaltre sonorità del dialetto di Strizzi disegnano alla fine un mondo limitato a pochi e sicuri affetti, e a consonanze con la natura di cui si avverte la presenza soprattutto negli animali, mantenendosi in senso largo dentro l’orbita del Giovanni Pascoli di Myricae.
Il nome e l’opera di Pietro Gatti (Bari, 1913-2001), considerato uno dei massimi vertici assoluti della poesia dialettale del Novecento italiano e che ha saputo elevare il dialetto a lingua filosofica ed esistenziale di straordinaria intensità lirica, ci conducono a Ceglie Messapico (Brindisi), il cui dialetto, pur compreso nell’area salentina, ne ha perduto vari caratteri, o, come egli stesso dice, è diventato parte di un’enclave, una colonia superstite di origine sannitica. Di questa terra Gatti, cominciando a scrivere ad età avanzata (il primo volumetto, Nu vecchju diarie d’amore quando egli aveva sessant’anni), ha voluto “celebrare” ogni aspetto lieto e tragico, col sottinteso proposito di elevarla a parte integrale dell’uomo, della sua fatica costante, dei suoi bisogni elementari, delle sue memorie familiari: un connubio che di idillico e georgico non conserva che poche tracce, quelle che non è possibile sopprimere, chiedendo al contrario di fissare lo sguardo al flusso esistenziale delle persone, degli animali e delle cose. Ed ecco allora nelle sue poesie (A terra meje, 1976; Memorie d’aiere e dde iosce, 1982; ‘Nguna vite, 1984) il bisogno di andare alle radici, di scendere nel profondo, un viaggio compiuto senza spirito d’avventura, dimesso, silenzioso, alla scoperta di molti segreti di cui il cuore non può darsi pace. A volte è il canto di un carrettiere che s’incide nella notte serena (un’eco del “canto notturno” leopardiano?), ora la sorpresa, camminando per un tratturo, di un muro ricoperto dai rovi, altre volte la visione di un camposanto di campagna: colori, voci, odori che non si sovrappongono formando al contrario una catena di segnali, una magia di cui si ignora il principio e la fine («mascìa» è una parola chiave nelle liriche di Gatti). Si ritrovano forme che avanzano o si dissolvono dopo la prima apparizione (“no vrettìscene de vite”, una vertigine di vita) che potrebbe soffocare ogni altra presenza; oppure quando scrive «Sonde de terre le penziere mije» (sono di terra i pensieri miei), parole nelle quali il poeta confessa, mischiando parole e polvere, che porterà poi con sé nell’ombra della casa, stordito e pacificato.
La poesia di Gatti procede per lunghi periodi musicali che si dispiegano per dilatazione da verso a verso, accompagnando quelle sorprese incantevoli, quei riconoscimenti dolorosi: un fascinoso gioco di suoni e assonanze in cui si riflette la contemplazione di tanta mascìa (magia). Perché è nella sua voce che il poeta vorrebbe poter raccogliere l’orfico richiamo delle piante, degli animali, mischiato a tutti i sordi rumori della terra, ai fruscii, ai silenzi intercorrenti. Si direbbe che questo concerto rechi in sé qualcosa di mistico, ma è proprio alla sua insorgenza che Gatti non fa caso. Il suo orecchio non sta in ascolto di messaggi e la sua mente non va in cerca di simboli; né egli sente il bisogno di colmare qualche vuoto dell’anima. Quel ribollire leggero ma continuo della vita (cudu vugghje d’a vite), di cui parla una sua poesia gli basta per evitare ogni spiegazione che si potrebbe dare religiosamente; serve a conoscere solo più da vicino i motivi peculiari dell’esistenza e anche i suoi limiti.
L’ansia religiosa di Gatti, che una delle sue raccolte più cospicue, Memorie d’ajere i dde josce, rivela sapientemente a riandare con la mente a fantasiosi segreti della natura, ad affacciarsi al mistero della morte, ad avvertire commossa la presenza dei vivi (tutti i personaggi della sua poesia formano una sola famiglia), lasciando da parte il delirio della Storia, la vicinanza e la violenza degli avvenimenti. Ed è per questo, forse, che molti canti di Gatti rischiano di tramutarsi in messaggi accorati pronunciati a voce bassa, a difendere il suo credo animistico. E d’altra parte questa è l’unica risposta che egli si dà nell’ultima raccolta, ‘Nguna vite (“Qualche vita”) definita dai curatori uno “Spoon river italo-meridionale”: “Sonde nu picca d’àneme sultande/ i dde core, ca sèteche na piste” (“Sono un poco di anima soltanto e di cuore, che segue una pesta”, cioè un’orma, una traccia). Tratto da l’Immaginazione (1989):
Quide suenne! metute a lla perdute
quanne u sole: na ròzzele de lusce
granna granne frevveve ind’a nnu ciele
de fueche.
Po nu manucchje sott’ô calaprisce:
stennute a ‘n derre me ppuggiave a cape
sobbe, pe jate suenne a uecchje apierte
a lluenghe.
Mu tott’a pezze aggire: na respiche.
I ppetre i spine i ll’òssere me dòlene
gghjecanne i qquessa mane ca me trèmele
credenne ca sté strenge nu tresore
na spiche.
Speriame cré. Ma pure nu graniedde.
Spergiute sott’â chjofe. Jind’ô core.
A sccange: quatte zzèppere d’ariene.
Nu fiore.
Nu fioru sule. M’accundende. O pure,
megghje assé: ci me jénghje le do pase
cu ‘ngunu piungiedde de papaggne.
Pe ddorme.
Na negghje senza trièmele de suenne.
A ‘m basce.
Quei sogni! mietuti perdutamente / quando il sole: una girandola di luce / immensa ferveva in un cielo / di fuoco.// Poi un covone sotto il perastro: / disteso per terra mi poggiavo il capo / sopra, per altri sogni ad occhi aperti / a lungo. // Ora tutto l’appezzamento mi giro: una spigolatura. / E sassi e spini e le ossa mi dolgono / piegandomi e questa mano che mi trema / credendo che stia stringendo un tesoro / una spiga. // Speriamo domani. Ma pure un granello. / Perduto sotto la zolla. Dentro il cuore. / In cambio: quattro steli d’origano. / Un fiore. // Un fiore solo. M’accontento. / Oppure, / meglio assai: se mi empio le due tasche / con qualche pugnello di papavero. / Per dormire. // Una nebbia senza tremiti di sogni. / In pace.
(Traduzione dell’Autore)
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