La redazione
‘A terra meje
‘A terra meje. ‘A terra mea bone,
come se diće alle muerte de case,
c’angore vìvene atturne:
le rape forte e ambunne dâ gramégne,
ca nà ppué scappà tutte sane,
scapuzzate a fatie..
La terra mia.
(La terra mia buona, / come si dice alle morte di case, / che ancora vivono attorno: / le rape forti e abbondanti dalla gramigna, / che non puoi scappare tutte sane, / scapuzzate dalla fatica…)
Qual è, considerando solo la tematica, l’aspetto che differenzia la poesia di Gatti da quella di Pierro? Entrambi, indubbiamente, hanno avvertito la vicinanza della terra come un insieme di elementi orfici, difficilmente decifrabili; ma in Gatti non s’accende mai la nota nostalgica, il fuoco nero dei ricordi d’infanzia che nella poesia di Pierro dà tocchi lugubri. E in più il risultato di questo lungo viaggio a ritroso nell’intimità terrestre non ha in lui nulla di disperato, ma finisce sempre in elegia.
Mbàreche accussì
Su’ tante e tante i fóche
supr’’a terre,
ma quille ca cchiù mi piàcete
scàttete nd’i sarmente
e si fè gghianche e russe
nu mumente:
mbàreche accussì
stu core méj’ ca sònnete
di si ni ì da u munnenda nu ‘ampe.
(da Un pianto nascosto, 1986)
Forse così.
Sono tanti e tanti i fuochi / sopra la terra, /
ma quello che più mi piace / scoppia fra i sarmenti / e si fa
bianco e rosso / un momento: // forse così / questo mio
cuore che sogna / di andarsene dal mondo / in un lampo.

I ‘nnammurète
Si guardàine citte
e senza fiète
i ‘nnammurète.
Avìne ll’occhie ferme
e brillante,
ma u tempe ca passàite vacante
ci ammunzillàite u scure
e i trimuìzze d’u chiante
E t’ècchete na vòte, come ll’èrve
ca tròvese ncastrète nda nu mure,
nascìvite ‘a paróua,
pó’ n’ate, pó’ cchiù assèie:
schitte ca tutt’i vòte
assimmigghiàite ‘a voce
a na cosa sunnète
ca le sintìse ‘a notte e ca pó’ tòrnete
cchiù dèbbue nd’ ‘a jurnète.
Sempe ca si lassàine
parìne come ll ombre
ca ièssenc allunghète nd’i mascìje;
si sintìne nu frusce, appizzutàine
‘a ricchia, e si virìne;
e si ‘ampijàite ‘a ‘uce si truvàine
faccia a faccia nd’u russe d’i matine.
Gli innamorati
Si guardavano zitti / e senza fiato / gli innamorati. / Avevano gli occhi fermi e brillanti, / ma il tempo che passava vuoto / ci ammucchiava il buio / e i tremiti del pianto. / Ed eccoti, una volta, come l’erba / che trovi incastrata in un muro, / nacque la parola / poi un’altra, poi tante e tante: / solo che tutte le volte / somigliava la voce / a una cosa sognata / che la sentivi di notte e che poi torna / più debole nella giornata. // Sempre che si lasciassero / parevano come le ombre / che escono allungate nelle stregonerie; / se sentivano un rumore, aguzzavano / l’orecchio, e si vedevano; e se lampeggiava la luce si trovavano / faccia a faccia nel rosso dei mattini. //
L’opera di Nicola G. De Donno non poteva svilupparsi, visti i precedenti umanistici dell’autore (nato a Maglie nel 1920 e morto nel 2004) se non attraverso modelli ideali. E il modello da lui scelto, G. G. Belli, gli è parso poter ancora incarnarsi quale voce giudicante nel fitto intreccio degli accadimenti umani, non ultimi gli interessi politici. Un’accorta esegesi potrebbe mettere a confronto, come è stato già fatto da M. Marti (la “terra” di Gatti a confronto con il “paese” di De Donno). L’una, espansa e perfino astorica, immateriale, è sfiorata da inguaribili tormenti spirituali, l’altro è un microcosmo dai numerosi risvolti d’attualità, uno scenario tumultuoso di passioni umane che, conclusa la loro paradossale vicenda, sembrano viste da lontano, additate come spettacolo, da una voce di moralista che abbia ottenuto il dono di ricordarsi di tutto: della storia dei singoli, della vita di un intero paese. Le principali raccolte sono: Cronache e paràbbule, 1972; Paese, 1979; Mumenti e ttrumenti, 1986). La maggior parte dei suoi sonetti nascono come scommessa di un intellettuale che si è trovato a far da testimone: una condizione analoga a quella del grande poeta romanesco. Di quest’ultimo conservano il ritmo intenso, la clausola mordente, e sono dedicati a personaggi reali o immaginari, dal senatore al fiscolaro (l’antico mestiere artigiano specializzato nella fabbricazione dei fiscoli, cioè i tradizionali dischi filtranti in fibra vegetale, come giunco e canapa, utilizzati nei frantoi per l’estrazione dell’olio dalle olive), dal miliardario al seminarista, la cui vita però non è seguita nel frastuono cittadino o paesano, bensì sembra apparire come proiettata da una lanterna magica sul bianco di un muro. Ciò che si vede ha il guizzo d’una apparizione illusionistica e insieme l’evidenza di qualcosa che “c’è stato”. Alcuni abitanti di questo paese parlano di un episodio saliente della propria vita, da “epitaffi”, allo Spoon River, nei quali nessuno si mostra pentito o in colpa: la vita si ripete nell’aldilà tale e quale. De Donno aggiunge di suo il piacere, naturalmente ironico, di “non” partecipare. E’ raro che i suoi sonetti si caratterizzino per una trovata comica, per uno sberleffo, o altro di caustico com’è nella tradizione satirica e nello stesso Belli. Più che personaggi, questi “epitaffi” ci disegnano dei caratteri, che si esprimono secondo una tipologia particolare. E ciò che li unisce è un dialetto. E’ il dialetto puro salentino, quello di Maglie, che l’autore ci indica anche come
“catina de bbarcune ca ne ttacca, /
mente e carne, e stu pizzu de biccocca /
de paese perdutu, ca lu scacca /
lu sule e lli rrifiata bboccabbona /
distini chiusi come ciralacca”

(“catena di barcone che ci lega, mente e carne, a quest’angolo di bicocca di paese perduto, che il sole percuote e gli respira bocca a bocca destini chiusi come ceralacca”).
Dunque destini. Chi parla di destino non può avere che una visione pessimistica della vita. Così De Donno che, prendendo atto della nascita del “suo” paese, con le case degli uomini, i sindaci, le chiese, conclude:
“jeu parlu e pparlo, e Iloru persuvase /
rrèstane, ca lu ciucciu lu carrese /
sana a Ila varda, e òutru nu Ili trase”
(“io parlo e parlo, e loro persuase restano, che l’asino sano il garrese sotto il basto, e altro non gli entra in testa”).
Egli, infatti, non ha parlato di qualcuno in particolare, ma di quanti sono fatti in un certo modo, una lunga riflessione sulla condizione umana, trasferita in un paese, peggiorata dalle abitudini e dai suoi vizi, ma non per questo meno rispondente all’idea dell’uomo.
Di fronte a questa irreparabile condizione di fatto, non è meno evidenziata, nei sonetti di De Donno, la violenza della natura, un sole, un’estate che stende “a tradimento” il paese che senza resistere si lascia piantare nella sua nuca una bandiera di stoppie. E’ l’immagine prevalente di “Friscura d’acque”, una delle numerose poesie dove all’impatto umano subentra quello fisico di una realtà da sempre minacciosa. Ad esse l’autore ha dato una spinta fantastica che di per sé è sconvolgente, con invenzioni lessicali, ritmiche, e di immagini, mescolando ricordi e speranze, furori e abbattimenti che rimandano alla sua vita.

O anche nella poesia inedita Luna luna:
Luna luna
Subbrapinzieri la luna stasira
mani a lla frunte se passa de nule
chiare, a sbrindelli, quasi carisciule
de paure e speranze su lla cira
de na mònica ntica. D’oru prule
àute le stelle lentíssimc ggírane
àuta la rota. Sulenziu rispira
la terra, dopu l’urlu de lu sule.
Luna, o luna, cce ppenzi? Na notte
de bbientu, frisca, rriva mai pe nnui,
na notte cu ndurmíscane le lotte
ntistine, luna luna, a ll’ommu cchiúi de l’ommu stessu,
e ccu ndirizza rotte
àute de terra e sse mparija a vvui?
(Inedita)
(Luna luna ─ Soprappensiero la luna stasera / si passa sulla fronte mani di nuvole / chiare, a sbrindelli, quasi corteggi / di paure e speranze sulla cera // di una monaca antica. Polvere d’oro, / alte le stelle lentissime girano / alta la ruota. Silenzio respira / la terra, dopo l’urlo del sole. // Luna, o luna, che pensi? Una notte / di riposo, fresca arriverà mai per noi, / una notte che si addormentino le lotte // intestine, luna luna, all’uomo più / dell’uomo stesso, e che indirizzi rotte / alte da terra, e si apparigli a voi?) (Traduzione dell’Autore)

E’ stato lo stesso De Donno qualche anno fa a rivelare l’intensa vena eticoreligiosa di Erminio Giulio Caputo (Campobasso, 1921), un poeta di formazione autonoma che affida al dialetto salentino le sue ansie e le sue travagli spirituali aperte ai più drammatici interrogativi. Un altro autore di rilievo che ha contribuito al laboratorio dinamico della letteratura dialettale e alla valorizzazione della forte identità salentina. Non senza motivo, “speciale rilievo” ha nella sua poesia, scrive De Donno nel l’introduzione a La chesùra (1980) , “la posta passiva dell’emigrazione, tragedia devastante in ogni suo aspetto umano e sociale, strettamente collegata con l’altra dello scoramento e della disoccupazione dei giovani”. Ma, a parte i contenuti, è il tono accorato e l’appassionata scansione dei suoi versi a restituirci la fisionomia di questo poeta, sfuggito alla considerazione di vari critici e antologisti, pur in un periodo di grande attenzione ai fermenti della poesia dialettale. Ecco un tratto del paesaggio della campagna salentina da lui rappresentato:
La chesùra
Rìtanu jùtu
le razze desperate de le ulìe
ca lu faùgnu junduliascia e pàrenu
li nanni nesci,
li nanni de li nanni ca la carne
qua subbra se squartàra
beèndu l’acqua mara de li puzzi,
calmandu a stientu
la fame ntica.
(“Gridano aiuto le braccia disperate degli ulivi che agita il favonio e sembrano i nostri nonni, i nonni dei nonni che la carne qui sopra si lacerano bevendo l’acqua amara dei pozzi, calmando la fame antica”).
In “Sta terra”, echeggia lo strazio nostalgico dell’emigrante, che così la ricorda:
terra de stracchi silenzi
de suènni prufunni
ca nu còniuga verbi allu futuru.
(“terra di stracchi silenzi di sonni profondi che non coniuga verbi al futuro”).
Nati negli anni Quaranta del Novecento, Angiuli e Granatiero (l’uno nato a Valenzano, Bari, nel 1946, l’altro a Mattinata, Foggia, nel 1949), autori contemporanei, hanno avvertito il richiamo alle proprie radici, e il dialetto risponde a una tale esigenza vivificandosi nel cuore di una civiltà contadina, quella pugliese, dai mille risvolti mitici e rituali.

L’incontro di Lino Angiuli con il dialetto di Valenzano risale ai primi anni Sessanta, e ha dato frutti considerevoli in June la lune (1979) e nella bella sequenza E àrue dei crestiene (“L’albero dei cristiani”), apparsa nella rivista “Il Belpaese” (1985). “L’ironia”, come dice A. Motta, diventa in lui “correttivo della pena e dell’elegia”. Ha iniziato a scrivere all’età di 18 anni e attualmente ha all’attivo diverse raccolte poetiche sia in lingua italiana che in dialetto. La terra in cui è nato è spesso spunto e ispirazione per i suoi lavori con particolare attenzione all’antropologia della parola e all’utopia. Molti sono i suoi lavori sul versante della valorizzazione della cultura popolare e molti sono i suoi testi tradotti in lingua straniera (spagnolo, romeno, ecc.). Oggi è considerato la massima espressione lirica pugliese e fra le voci poetiche più significative del paese. Una sua bellissima poesia tratta da Ovvero (Nino Aragno Editore, Torino, 2015):
Penuldeme
Attaneme sande chezzale decève “ho venuto” pe ffa
bbella feiùre che le segnure ma però acquanne
scabuàve se scappuàve sckitte ’nnande o segnore
de Criste ca chemmanne iàrue crestiane e ccrape.
Po’ pe pparlà che le frate mèrecane ’nge spezzecave
a chidde ddà cazzorràit e aronò
mo’ cambe de cambesande uardiane de le parole
e de le tembene so’ e rite a ssule a ssule rite
accome rideche ji penzanne a certe faduarìe.
Mamme faceve u fermagge e ’nge mettève u diste
’ngule alle iaddine p’appurà ce ière matrate l’ùeve
ca m’avev’a da’ a mmè ognè mmatine
decève “u àrue de la rise” senza sapè de Garsialorche
(u poète accise u zegnere du delore che me ’mbarò
ad asseppange alla lune u sedore).
Mamme sta ddò da millanne e picche u crete
ca ha v’a merì auànne.
Ji (u digghe arrète) baste c’abbagneche la pondaponde
du destetjedde jinde a ’sti remmure ameruse schegnate
ca ’mbreste ièsse a fferve u core e le mane caccene
menghionere terciùte bbùene a ’ngenà la vita peccenenne
tanne me sende natrale a nnu ’ndiane pelle e iòssere
pe ssembe pellerosse ca se mette a zembà
sott’o cìele pe ffa scenne nu diste d’acqua sfadiàte
tanne nan so’ ji a pparlà ma ’sti parole ca sonene
u tammurre a llorallore peccè nan sime nu
le patrunessotte de la vite e spisse sta da rite:
vite a mmè nepote de Federiche ’mbèratore tenghe u nome
de chidde ca u fascerne fore malamende.
’Nzomme nan u sacce angore iòsce ce iè cudde
ca disce “ji” pedenne nan me fazze ragionamìende fattizze
chiuttoste rideche ’nguerpe e m’attocche la pizze.

Penultima
Mio padre santo cafone diceva “ho venuto” per fare
bella figura con i signori ma però quando
scapolava si scoppolava solo davanti al signore
di Cristo che comanda alberi cristiani e capre.
Poi per parlare coi fratelli americani gli spiccicava
a quelli là cazzorràit e aronò
mo’ campa di camposanto guardiano delle parole
e delle zolle sue e ride a solo a solo ride
come rido io pensando a certe cose fatue.
Mamma faceva il formaggio e gli metteva il dito
in culo alle galline per appurare se era maturato l’uovo
che m’aveva da dare a me ogni mattina
diceva “l’albero del sorriso” senza sapere di Garcialorca
(il poeta ucciso lo zingaro del dolore che m’insegnò
ad asciugarle alla luna il sudore).
Mamma sta qui da millanni e poco lo credo
che morirà quest’anno.
Io (lo dico di nuovo) basta che bagno la puntapunta
del mignolo dentro questi rumori amorosi sdentati
che presto esce a fervere il cuore e le mani cacciano
minchioni ritorti buoni a uncinare la vita bambina
allora mi sento uguale a un indiano pelle e ossa
per sempre pellerossa che si mette a zompare
sotto il cielo per far scendere un dito d’acqua sfatigata
allora non sono io a parlare ma ’ste parole che suonano
il tamburo a loro a loro perché non siamo noi
i padronessotto della vita e spesso sta da ridere:
vedi me nipote di Federico imperatore tengo il nome
di quelli che lo fecero fuori malamente.
Insomma non lo so ancora oggi chi è quello
che dice “io” pertanto non mi faccio ragionamenti spessi
piuttosto rido in corpo e mi tocco la pizza.
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