Articolo di Secondina Marafini

Particolare del biglietto di Rosa Tomei al conte Vittorio Cini, Pasqua 1955, AVC, Venezia
La rosa
Quanno che Iddio decise de fa er fiore
perché te rallegrasse un po’ er creato
prima d’ognantro volle fa la rosa;
prese all’arba ‘na nuvola spugnosa
e l’inzuppò ner sole appena nato 5
perché s’imbeverasse de colore:
da lì fece le foje
e ne formò una conca capricciosa.
La benedì co’ un delicato odore,
je regalò la grazia maestosa. 10
Riuscì così perfetta ch’er Signore
l’incoronò reggina d’ogni fiore[1].
L’autrice della lirica, Rosa Tomei[2] (Cori 1916-Roma1966) è stata una figura femminile del territorio pontino e parimenti della produzione romanesca, ignota ai più e letteralmente riscoperta da dodici anni con un duro lavoro di ricerca che le ha assegnato di nuovo il giusto ruolo storico e letterario.
L’idioma con cui si espresse la Tomei è esso stesso testimonianza dell’esperienza e dei luoghi della sua vita. La produzione pervenuta, ad oggi di una sessantina di liriche, si presenta prevalentemente in romanesco, ma non è quello limpido, perfetto che distinse Trilussa, realizzato per portarlo a rango di dialetto d’Italia, come fosse uno specchio dell’immagine della società della recente capitale della nazione, affinché divenisse lingua intima del libbero pensiero[3]. Eppure la poetessa sapeva imitare perfettamente quell’uso linguistico, per il lungo lavoro accanto al poeta.
La lingua di Rosa Tomei risulta il segno della propria personalità passionale, travolgente e capace di trasferire emozioni a seconda degli stati d’animo: speranzosi, di rammarico, di tristezza, perfino di dolore. A seconda del contenuto la lingua si modula in accenti aspri o addolciti, divenendo strumento musicale di accompagnamento per valorizzare i versi. La Tomei ha scritto poesia finché ha avuto forza e pensiero, disposta addirittura a dettare le proprie parole per comunicarle, quando fu impossibilitata fisicamente, a chi potesse trascrivere i versi per inviarli ai suoi interlocutori illustri.
Giunta nello Studio Trilussa dal 1930, la Tomei divenne l’insostituibile collaboratrice al fianco di Trilussa e si nutrì della Musa dell’insegnamento di un maestro d’eccezione che la forgiò perché si esprimesse con studiata singolarità artistica che, però, malgrado la pianificazione, non le fu possibile far conoscere al pubblico.
Nella lirica proposta, La rosa, con immagini interpretabili in senso letterale e allegorico, come era tipico nello Studio Trilussa, la poetessa ci illustra in un disegno animato la volontà del mentore di formarla accuratamente per lasciarla come creatura poetica nuova ed erede del lavoro di una vita.
La rosa è un’autobiografia: le pennellate armoniose rappresentano il modo con cui il signore del paradiso terrestre, cioè Trilussa nel suo Studio, ideò amorevolmente la sua figura poetica e letteraria (inzuppò il pennello all’arba in una nuvola spugnosa) e come la forgiò duramente (fece le foje) perché avesse delicatezza (delicato odore) e grazia maestosa per il compito di Reggina d’ogni fiore, cioè per la gestione dello Studio Trilussa (il creato, l’Eden).
Le rime compongono i campi semantici della creatura (rosa come fiore e nome d’arte) e del creatore (Dio/Signore/) che si congiungono nel lemma fiore ripetuto al primo e all’ultimo verso. La poesia è una rivendicazione del fatto che lei era la Rosa di Trilussa, come è scritto persino nella lapide del cimitero di Cori. La sorella Marcella, infatti, quella più legata a lei, fece scrivere come altrimenti non poteva essere, il nome anagrafico e l’essenza di una vita, affinché restasse indelebile almeno lì, a dispetto delle altrui volontà, quanto fu: Rosaria Tomei “di Trilussa”. Attraverso la preposizione “di” è stato inciso sul marmo sepolcrale il segno di un’appartenenza spirituale e letteraria che non è possibile all’uomo aver preteso di cancellare, perché, anche se lentamente, quanto distorto è emerso in modo corretto e attestato dalle fonti, come era giusto che avvenisse.
La lirica è datata 1952. Erano gli anni in cui la Tomei, dopo la morte del poeta, avvenuta il 21 dicembre 1950, lottava duramente contro i parenti lontani di Trilussa, mai conosciuti, e anche contro forze economiche imponenti per affermare il desiderio suo e del maestro in merito al destino dello Studio, perché non fosse distrutto: a niente sono valsi i meriti poetici e la fama di un poeta che giganteggiò per dirittura morale in mezzo al fascismo e sempre al fianco del popolo e dell’Italia.
Tutto è stato fagocitato da logiche che hanno badato al tornaconto economico e non al respiro di un progetto lungimirante sì, ma, purtroppo, privo di basi di appoggio politico, forse, data la proverbiale indipendenza del maggior protagonista, Trilussa.
Il fatto di sentirsi erede designata è stato pervicacemente ripetuto dalla Tomei che, oltre alle azioni e alle parole sui media del tempo (giornali e radio), ha agito con la scrittura delle poesie, unico segno che la rappresentasse, permanente nel tempo oltre l’umana esistenza dei protagonisti di un’epoca storica ormai passata.
Ogni periodo storico è tale da essere osservato oggettivamente a distanza nelle dinamiche macroscopiche che inevitabilmente hanno ripercussione sulle vicende delle singole esistenze o dei singoli progetti per gli eventi sicuramente, ma anche per i movimenti culturali e le tendenze sociali che si rivelano determinanti.
Con la dovuta distanza temporale, oggi si comprende naturalmente la scelta della poetessa di scrivere sulla carta stampata con il logo dello Studio Trilussa (il lupo sulla scrivania e la lente di ingrandimento tra le zampe che si può ammirare nell’autografo riprodotto di seguito, concesso dall’AVC dal Principe Giovanni Alliata di Montereale, nipote del senatore e magnate Vittorio Cini) o su carta intestata sempre dello Studio Trilussa: Rosa non era un’usurpatrice, era colei che continuava un lavoro che fu comune e che doveva essere perpetuato e tramandato[4].
Ma la creatura di Rosa e Trilussa, cioè Lo Studio, dopo trentasette venti anni di vita e venti in cui i due inquilini di via Maria Adelaide la alimentarono fianco a fianco, a costo di lottare contro la guerra, la miseria e le difficoltà per non piegarsi ai dettami della politica fascista, anziché volare imperitura sulle ali della libertà d’Italia, fu distrutta. Eppure Trilussa conosceva bene i limiti degli uomini che aveva denunciato nei sonetti e nelle favole: si illuse umanamente che le promesse e il rispetto permanessero oltre il limite della sua vita.
Contrariamente a quanto si è creduto per molto tempo, il poeta aveva studiato ogni particolare per il futuro della sua Rosa e dello Studio Trilussa, ma non aveva considerato l’intervento della sorte che fu davvero beffarda.
La Tomei, infatti, si espresse con misura come voce poetica dall’interno dello Studio sin dal 1939, anno in cui scrisse la giocosa filastrocca Necessità di un lucchetto in casa Trilussa[5], inviata proprio al conte Vittorio Cini, e in cui il poeta pubblicò Felicità[6] i cui i simboli dell’ape e del bocciolo di rosa sono chiaro riferimento alle loro figure in simbiotica unione di produzione poetica (il miele della poesia) e di innamorati (l’impollinazione). Per la dovuta cautela nel rappresentarsi al mondo, senza che si incidesse sulla fama del poeta, Rosa non fu mai esposta, ma per chi frequentava lo Studio era nota soprattutto come schedatrice, supporto, amanuense. Espletò il delicato compito di alter ego del poeta, finché non fu pronta a un degno debutto, con una propria linea in italiano, come voce autonoma dello Studio Trilussa.
Quando intervenne la morte di Trilussa, la poetessa già era stata presentata al pubblico con un sibillino epigramma sulla rivista Orazio (settembre 1950)[7] Rosaria o mejo Rosa che ne definiva il carattere e le doti poetiche, giocando con la falsa maschera di governante che aveva indossato fino a quel momento, in cui doveva lasciare definitivamente i panni di Rosaria per divenire Rosa, mejo (anagramma anche di moje) con caratteri di piena bellezza, come le donne ciociare, e intellettuali, cioè la conoscenza duttile delle lingue come l’inglese e la capacità mnemonica eccezionale, con rimando alla memorizzazione dei versi del poeta, autodefinitosi il libro del Panonto. Subito dopo era stata consegnata a Ceccarius[8] la lirica Maternità Rustica[9], perché la pubblicasse. Si tratta di una poesia in Italiano, che esprime l’immagine di maternità tanto cara alla Tomei con riferimento alla nascita poetica, pervasa di echi carducciani e apprezzata da Paolo Trompeo.
Maternità rustica, però, anziché un debutto artistico divenne l’ultimo contributo in memoria del maestro sulla Strenna dei Romanisti del 1951, perché, prima che fosse pubblicata, Trilussa morì.
Dopo anni di preparazione in cui tutti conoscevano la Tomei come collaboratrice essenziale di Trilussa, le promesse di darle visibilità per il destino dello Studio Trilussa restarono aleatorie. Rosa, così la chiamava soltanto Trilussa e non per diminutivo, ma per quello che rappresentava il senhal assegnatole, divenne invisa e pericolosa. Fu più semplice cavalcare l’onda di estrometterla come se fosse una semplice governante, quando ogni azione, revisione di pubblicazione e produzione dello Studio dal 1930 porta in vario modo l’orma della sua presenza accanto al gran poeta[10].
Dopo la morte di Trilussa, quando la Tomei comprese che per tornaconti, poco nobili moralmente ma molto umani, cioè l’eredità legata ai diritti d’autore, non le sarebbe stato possibile esprimersi pubblicamente, fu lei stessa ad adottare il nome d’arte Rosa, dalla primavera del 1951 con la lirica Primavera a Trilussa[11], pronta ad usarlo come firma, mentre prima si firmava Rosaria Tomei, cioè con il nome anagrafico, ed il romanesco nelle forme che leggiamo[12].
Finché fu possibile Rosa scrisse autografi sulla carta dello Studio Trilussa per attestare la sua storia di protagonista in primo piano per venti anni accanto al Poeta più famoso di Roma, d’Italia e noto nel mondo. Sono dunque preziosi i simboli enucleati dall’interpretazione del senso letterale delle liriche che diventano funzionali per ricostruire il vissuto con Trilussa e dopo di lui, i suoi sentimenti, sempre riferibili alle vicende di amore, di arte, di poesia e di lotta con e per Trilussa.
La sua voce si è levata piano, visto il periodo storico di un’Italia che muoveva i primi passi di Repubblica dopo il Fascismo e la Seconda Guerra mondiale. Si affidò a lettere a cui si univano i componimenti poetici per interlocutori famosi, tra i principali il conte Vittorio Cini e il regista Alessandro Blasetti, nella speranza che attraverso le loro personalità eminenti, i posteri si accorgessero della sua storia e la riconsegnassero alla memoria rendendola di nuovo viva ogni volta che i suoi versi si rianimavano con la lettura dell’interlocutore, che adesso siamo noi.
La Tomei ha creduto nella forza della poesia e della memoria predisponendo una sua rivalutazione nel futuro, con la lucida speranza in una riscoperta e nella conservazione dei propri invii da parte dei destinatari designati.
Oggi, come aveva auspicato, il tempo le ha dato ragione: la sua voce può vibrare di nuovo e raccontare un vissuto tanto affascinate quanto esemplare per le difficoltà incontrate dalle donne sempre, ma immaginiamo davvero impervie in un’Italia fintamente perbenista che ha guardato alle sue scelte personali, piuttosto che alla sua identità letteraria.
Si è presunto di guardare dal buco della serratura la vita privata dello Studio Trilussa in via Maria Adelaide per distorcere la realtà con la presunzione di salvaguardare la memoria del gran poeta e finendo, invece, per sacrificare non soltanto la Tomei, ma il progetto letterario curato con il suo maestro, cioè quell’universo in cui lei sola era stata inclusa, pensato come laboratorio di poesia, che doveva perdurare attivo anche dopo la morte del maestro e restare come museo della sua storia connessa a quella nazionale.[13]
La situazione attuale di valorizzazione del mondo femminile, ha permesso il riscatto della Tomei. Adesso, senza pregiudizio, la sua figura di donna e principalmente di poetessa può trovare il proprio spazio. La Tomei, moderna per le scelte di vita e arte dettate dal cuore, seguite con slancio di cuore e mai rimpiante, ha pagato al suo tempo l’ardire di osare di realizzarsi: ha perso sul momento, fu immolata come vittima sacrificale dai giochi di potere e pagò un prezzo altissimo, dato che è morta a soli cinquanta anni, anche a causa del dolore inflitto dagli eventi che distrussero lo Studio Trilussa. Fu delusa dai comportamenti umani da cui aveva sperato correttezza e rispetto, portò rancore piena di passionalità come era, ma seppe anche perdonare e guardare oltre, come le insegnò Trilussa. Soffrì una solitudine consolata da qualche caro interlocutore e dal ricordo del passato[14].
Dai versi della poetessa, che si rivela di forte capacità iconografica, permeata di coinvolgente passionalità e una fertile fantasia, traspaiono spesso i frammenti dei suoi pensieri dolorosi, incastonati in un favoloso passato, la testimonianza degli eventi avversi, l’orgoglio della lotta indefessa per gli ideali e gli obiettivi comuni a lei e al gran poeta, l’amore intatto dei venti anni trascorsi insieme. La Tomei fu innamorata del mito come Trilussa lo fu della favola, e anche in questo aspetto c’è distinzione, seppure in contiguità, tra la vena artistica sua e del mentore.
Il maestro e amante è il destinatario primo e ultimo della sua poesia in un discorso ininterrotto che soltanto l’elevazione artistica poteva regalarle dopo la morte del poeta. Nel momento dell’elaborazione della poesia, il tempo della Tomei si sospendeva e le due anime al di qua e al di là del mondo potevano toccarsi, come si erano detti in poesia anni prima, e lei, la sua nuova creatura poetica, il suo lascito, la sua Semente[15] ricordava:
Nel campo tuo germoglia una semente
E sono stato io che l’ho gettata.
Anche se la mia sera è tramontata,
Noi due saremo insieme eternamente.
Dare il titolo Semente al libro delle sue poesie e dei suoi scritti è stato un tributo alla memoria dei poeti e il tentativo tardivo di realizzare quel volume che lei stessa avrebbe voluto portare alla luce. Indubbiamente nella dedica avrebbe riprodotto i quattro versi di Semente, in cui l’anagramma delle lettere iniziali dà il lemma greco NEAN, un aggettivo femminile in accusativo singolare, cioè il frutto di un’unione, una nuova poesia e poetica, quale doveva essere incarnata dalla Tomei.
La storia della poetessa fu drammaticamente bella. La possiamo immaginare da ragazzina, una Rosaria Tomei, brillante, versatile che, provenendo da Cori, dopo essere stata ospitata da una zia che aveva un’osteria a Trastevere per ricevere lezioni da Trilussa, si trasferì a vivere con lui per iniziare quel rapporto esclusivo di vita e di poesia di cui abbiam parlato, celato al mondo con opportuni infingimenti. Nello Studio di Trilussa, come in una favola, Rosaria, come tutto il resto, ebbe una nuova identità e dimensione. Una volta istruita a dovere, Rosara divenne Rosa, la creatura poetica destinata a sbocciare pienamente nel tempo con grazia, delicatezza, sapienza.
Inizialmente destinata a diventare attrice e a debuttare con Petrolini, per questo intraprese le lezioni, divenne presto insostituibile per Trilussa[16]. Chi conosceva di più Lo Studio Trilussa, aperto a registi, attori, visite, riferisce il duro apprendimento a cui fu sottoposta la Tomei sin da adolescente per coadiuvare attivamente il poeta: scriveva quartine, terzine; il poeta la istruiva severamente e le controllava; lei leggeva incessantemente Dante, i classici autori francesi e inglesi in lingua originale, mostrando di saper attingere anche il greco antico[17]; imparò persino a usare la grafia del gran poeta per coadiuvarlo nella produzione degli autografi, che erano un pregiatissimo manufatto dello Studio Trilussa.
Rosa tenne il primo schedario delle opere di Trilussa, ordinate per comparsa nelle pubblicazioni su quotidiani, riviste e libri nel favoloso, di cui resta traccia nei materiali del Museo di Roma in Trastevere. Memorizzò ogni verso del poeta per il lavoro di riedizione di opere, sempre riviste nel tempo nella lingua, nel contenuto, persino nell’ortografia e nella punteggiatura. Le poesie di Trilussa andavano a ruba e non ebbero arresto di vendite in periodo di guerra, anzi, perché il poeta era l’autore che tutti conoscevano, che il popolo amava, che le classi emergenti tenevano in libreria come segno di evoluzione, di indipendenza e libertà.
Alla Tomei, che adesso conosciamo meglio, nel tempo, fu accostato l’appellativo denigratorio di “serva”, che l‘ha segnata con voluta cattiveria, ma non fu mai usato dal poeta. Invero. deriva dalla sua stessa penna, specificamente da alcuni sonetti giocosi che Trilussa non avrebbe voluto scrivesse ma che furono consegnati a Ceccarius a testimonianza della capacità camaleontica dell’autrice. Quell’epiteto era usato tra i due poeti come esclusivo, perché alludeva in maniera sibillina ad un legame quale servitium amoris, caro all’elegia latina e alla lirica cortese, alludeva al ruolo che la Tomei avrebbe dovuto recitare in una commedia di Petrolini ma che mai realizzò perché scelse di restare con il poeta. Era un nomignolo comodo per schermarsi in una società che non avrebbe tollerato un rapporto in cui c’era una differenza di quarantacinque anni d’età, ma libero e nutrito di versi e progetti, naufragati per il destino avverso.
Dopo aver sostituito Trilussa negli ultimi tempi di malattia, quando la nomina di senatore avrebbe consentito l’autonomia di uno Studio, a un passo dalla realizzazione dei loro sogni, quando sarebbe stato possibile celebrare un matrimonio valutato senza scandalo come la volontà di un lascito per un passaggio di testimone artistico, dopo il predisposto debutto e manifestazione della poetessa finalmente sbocciata, tutto crollò.
La morte del poeta, malato, ma improvvisa, li tradì e fu la catastrofe per Rosa e per lo Studio Trilussa, travolti insieme. Lei lo difese come una leonessa per cinque anni con una lotta durissima di cui resta traccia nei giornali dell’epoca affinché restasse in loco con lei come custode: era la sua vita ed era la volontà comune con il poeta.
La produzione di Rosa Tomei testimonia prima la vita con Trilussa, poi e soprattutto la vita senza di lui quando restò unica voce di un progetto. Le lettere corredano quanto emerge dai versi. Sono notevoli i componimenti che testimoniano il periodo dei cinque anni di lotta con sentimenti alterni e con prospettiva speranzosa all’inizio e poi sempre più cupa. Addirittuta la Tomei ha lasciato soli tre componimenti nello studio Trilussa, oggi al Museo di Roma in Trastevere che definiscono tutto il suo animo: Er nido, Invidia, Vijaccheria[18], La produzione è continuata dopo il suo sfratto, ripresa dal punto di abbandono di quel mondo Er regno del la favola, e ripresa a fasi alterne a seconda del suo stato di salute, fino alla morte, avvenuta con sofferenza e dopo lunga malattia. La Tomei ha dettato le sue ultime liriche fino alla morte alla sorella o a chi le fosse vicino mentre soggiornava al Convalescenziario degli Angeli Custodi di Nettuno, prima di morire per un secondo ictus a Roma nel dicembre del 1966. La sua ultima lirica si intitola La speranza ed è chiaro rimando ai suoi valori e al pensiero per il suo lascito poetico.
Per molti anni, invece, la sua memoria fu deformata: si disse che era una serva arrivista, lei che sacrificò la sua vita per amore di Trilussa; si disse che nutrì un amore unidirezionale verso Trilussa, quando dai versi suoi e del maestro si testimonia una storia d’amore e poesia con incroci di componimenti e rime meravigliosi; si disse che non era nessuno, perché non fu sposata mai, lei che per amore convisse more uxorio diremmo oggi, poco legata allo stato civile e molto all’affetto.
Come avrebbe potuto sposarla prima di determinati eventi Trilussa, che pensava di essere indebitato senza presumere di lasciarla in una tempesta economica? Sarebbe stato uno sciocco senza scrupoli e l’avrebbe esposta agli stenti. Come avrebbe potuto sposarla con una differenza di oltre 40 anni se non con la scusa di lasciare a lei la direzione dello Studio Trilussa, sostenibile grazie al compenso, che lei come moglie avrebbe ereditato, dell’onorificenza di senatore che, ahimè, arrivò tardiva? Se lo avesse fatto senza aspettare l’ambita nomina, per la verità attesa dal 1948, che rendeva plausibile un tale passo, la loro storia, sempre salvaguardata, avrebbe destato scandalo. Con lo scopo di coprire quello scandalo, ma in realtà per impedire che l’erede di Trilussa fosse una donna e per non dover ammettere il suo ruolo intellettuale e nella produzione dello Studio Trilussa, si mossero i suoi detrattori.
Trilussa fu nominato senatore venti giorni prima della morte. Mentre era malato, Rosa faceva pubblicare versi come fossero usciti dalla penna del poeta, ma che riportano stilemi tipici della produzione della Tomei[19].
Oggi con una società più aperta in cui il vincolo è rappresentato più dal sentimento che dallo stato anagrafico, comprendiamo meglio le logiche di due poeti all’avanguardia e geniali, Trilussa in primis e Rosa insieme a lui, e possiamo apprezzare pienamente e senza omissioni o parzialità il loro vissuto.
Quando la poetessa, uscita dallo Studio Trilussa con uno sfratto esecutino a febbraio del 1955, restò priva di un luogo, raminga per volontà altrui di non considerare il progetto dei poeti di via Maria Adelaide, fu ospitata dai parenti (la sorella Marcella principalmente, che però non avevano mezzi per sostenerla a lungo), dalle famiglie D’Angiolillo e Ferri che le restarono sempre affezionati. A Trastevere ammiriamo il busto di Trilussa realizzato da Lorenzo Ferri in costante contatto con Rosa Tomei: è una realizzazione tanto discussa, ma voluta da chi aveva conosciuto più intimamente il gran poeta, Rosa. Lorenzo Ferri ha conosciuto Trilussa tramite la Tomei e la sua scultura adempie al racconto privato e pubblico, non solo alle volontà di porre un busto alla personalità del poeta scomparso.
Conoscendo la storia dello Studio Trilussa, dei due protagonisti e anche quella di Rosa Tomei, ogni particolare torna perfettamente al suo posto nel mosaico della loro esperienza poetica, artistica, di vita in comune anche oltre l’umana esistenza, per quello che credevano e hanno lasciato in opere poetiche che evidenziano un approdo intimo alla religione e profondo, senza dogmatismi[20].
Le vicende dello Studio Trilussa, ricco di pezzi di antiquariato scelti e curati anche in estrema miseria, pregiato per i cimeli e i doni riceviti dal maestro, sono state un naufragio della memoria di cui ora c’è stato il faticoso recupero. Si è assistito a una delocalizzazione, allo smembramento e al trasferimento prima a Palazzo Braschi e poi a una destinazione degli arredi nei depositi comunali e delle carte dell’archivio e delle fotografie al Museo di Roma in Trastevere. Altre memorie sono state lasciate dalla Tomei al Fondo Trilussa, affidate all’Istituto di Studi Romani.
Negli stessi anni Rosa Tomei, risentì fisicamente: della demolizione: prima una semiparesi, poi un’operazione al cuore, due ictus in un travaglio di decadenza spirituale e fisica, la condussero alla morte precoce.le sue parole affidate alle lettere sono toccanti e trasferiscono timori e dolori affidati a chi sentiva vicino, in primis Alessandro Blasetti e Vittorio Cini.
Adesso c’è una stanzetta nel Museo di Roma in Trastevere a ricordare lo Studio, misero riverbero della gloria che fu e a testimoniare quanto possa distruggere l’uomo senza rispetto delle altri volontà e confinando l’esperienza umana al suo limite temporale.
Resta, invece, imperitura e ripristinata correttamente la memoria di Trilussa nei versi completata dai versi di Rosa Tomei e dalla loro storia nello Studio Trilussa, in modo che possiamo guardare il tutto nel complesso, senza parziale faziosità, ma con spirito di giusta considerazione.
La speranza è che i lettori si interessino alla vicenda e alla poesia di Trilussa e di Rosa. Quando nelle varie ricorrenze religiose passa sui social o su wathsapp Quann’ero regazzino mamma mia,[21] sarebbe bello valutare quello come altri testi per come è documentata la loro storia di elaborazione: sono stati il frutto di quel lavoro in comune tra Trilussa e Rosa, come risulta dagli stilemi tipici della poetessa, che doveva magnificare lo Studio Trilussa
Rosa Tomei, La Rosa,1952, AVC, Venezia.
[1] METRO: Componimento monostrofico di dodici versi, tutti endecasillabi e un solo settenario, con schema: ABCCBAdCACAA. DATA: marzo 1952. LINGUA: Romanesco. FIRMA: Rosa Tomei. FONTE: AVC, FC. Prima stampa in S. Marafini, Rosa Tomei, la storia vera…, op. cit., pp. 427-434 e Semente…, op. cit. p. 84.
Ci sono due autografi della lirica, a corredo di due lettere del marzo 1952: una con logo illustrato dello Studio Trilussa è stata inviata a Vittorio Cini (chiamato Illustre signore nelle righe di accompagno) insieme a Er garofano e Er Crisantemo; un’altra è stata destinata a Ceccarius (chiamato con il suo titolo di Illustre commendatore nella lettera a corredo della poesia) unitamente a Er garofano, Er Crisantemo e Onore ar merito.
Negli autografi prima del titolo è premesso Creazioni divine- I fiori.
Rosa aveva elaborato prima Er garofano come risulta dall’invio a Ceccarius e dalla raccolta di copia da autografi sempre di Ceccarius, che datano la lirica al 1951.
Nell’invio a Vittorio Cini, invece, Er garofano è datato 1952 (perché l’autrice ha riscritto la poesia e perciò l’ha datata nuovamente), senza riportare l’intitolazione Creazioni divine- I fiori, passata, ovviamente, alla Rosa.
[2] A Trilussa, a Rosa Tomei e al loro progetto dello Studio Trilussa ho dedicato molti anni di ricerca, volumi e articoli. Indico i principali per chi volesse approfondire le diverse questioni, perché quanto riferisco qui proviene variamente dai lavori precedenti: 2014: Rosa Tomei- la storia vera e le poesie della donna di Trilussa, con prefazioni di Marcello Teodonio e Paola Puglisi, I nuovi Critici, Aracne, Roma, maggio 2014. 2015 Rosa Tomei: Il profilo letterario inedito della donna di Trilussa, in ‹‹Sinestesie online››, Numero 13-Anno IV-ottobre 2015. 2018: Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio- La poesia, la vita, l’amore, volume con documenti, foto e versi inediti, Gangemi, Roma, novembre 2018. 2021: Le Storie- Il sorriso malinconico di Trilussa. Nel volume collettivo E seguito er cammino/cor destino in saccoccia- Trilussa libro per libro, a cura di Claudio Costa, Castelvecchi, Roma, 2021. 2021: Poesie di Trilussa, con disegni inediti dell’autore e con una premessa di Rino Caputo, BUR contemporanea, Milano, settembre 2021. 2022: E scoprì insieme a Te, er paradiso, in atti del Convegno a 150 anni dalla nascita di Trilussa, in <<Il 669>>.2023: Semente – La rosa di Trilussa, Armando editore, Roma, luglio 2023 con il patrocinio della Fondazione Cini.
[3] Il libbero pensiero è uno dei valori più alti espressi dalla poetica di Trilussa
[4] Oltre che riferire questi argomenti nel volume S. Marafini, Semente, op. cit, li ho specificamente trattati in S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit.
[5] S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit.p. 42
[6] L’epigramma famosissimo, ripreso per molti usi e significati, tranne il principale, recita: C’è un’ape che se posa/Su un bottone de rosa/ Lo succhia e se ne va/ Tutto sommato la felicità/ È una piccola cosa. Cfr S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op,cit., S. Marafini Trilussa, Poesie, BUR, op. cit. e S. Marafini, Semente op. cit.pp. 32-39.
[7] Cfr S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op,cit., S. Marafini Trilussa, Poesie, BUR, op. cit. e S. Marafini, Semente op. cit.pp. 54-57. Rosaria o mejo Rosa recita: Rosa Tomei se vanta ch’è ciociara/ Ma fa l’ingrese si je torna conto. /Sfoja ogni tanto il libbro der Panonto/ Ce trova ‘na fregnaccia e se l’impara.
[8] Ceccarius era il nome d’arte di Giuseppe Ceccarelli, un erudito e intellettuale importante dell’epoca. A lui è intestato in Fondo Ceccarius, della Biblioteca nazionale Centrale di Roma, una delle fonti per le liriche della Tomei. La maggior parte degli autografi della Tomei sono stati rinvenuti nell’AVC, Archivio personale di Vittorio Cini, messo a disposizione dal nipote, il principe Giovanni Alliata di Montereale; nell’Archivio Blasetti nella Cineteca di Bologna; negli archivi del Museo di Roma in Trastevere; nel Fondo Trilussa, istituito con il lascito dei materiali della Tomei disposto dai familiari alla morte della poetessa.
[9] Cfr. S. Marafini, Semente, op. cit, p. 67.
[10] Oltre che riferire questi argomenti nel volume S. Marafini, Semente, op. cit, li ho specificamente trattati in S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit.
[11] Cfr. S. Marafini, Semente, op. cit, p. 71.
[12] Cfr. S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit. e S. Marafini, Semente, op. cit, pp. 54-65.
[13] Oltre che riferire questi argomenti nel volume S. Marafini, Semente, op. cit, li ho specificamente trattati in S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit. e in Trilussa, Poesie, BUR, op. cit.
[14] Oltre che riferire questi argomenti nel volume S. Marafini, Semente, op. cit, li ho specificamente trattati in S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit.
[15] La notizia e i versi sono riportati anche da G.C. Nerilli, Ricordo di Rosa Tomei, <<Strenna dei Romanisti>>, Staderini Editore – Roma, 1968, In S. Marafini, Semente, op.cit. p. 18 Semente è un epigramma poetizzato negli anni di convivenza con Trilussa che avrebbe aperto e intitolato il volume che la Tomei avrebbe desiderato realizzare in italiano. La prima lettera di ogni verso in acrostico forma il lemma NEAN, cioè creatura nuova.
[16] Risulta dalle testimoniante documentate nei miei libri (per esempio Dell’Arco, Jannattoni, Martini e molti altri, articoli sui quotidiani per le vicende dello Studio dopo la morte del maestro). Cfr. S. Marafini, Trilussa, Rosa, Tomei e Lo Studio, op. cit. Ci sono riferimenti anche in S. Marafini, Semente, op. cit.
[17] Le poesie della Tomei sono pregne di riferimenti colti. Semente è un adattamento dei versi di François Villon; Er giglio riporta riferimenti a Milton, Ercole er magnone e Marte per davvero sono liberi adattamenti dall’epigrammista ellenistico Leonida di Taranto. La lista potrebbe continuare. Sono numerosi i riferimenti alla bibbia, alle arti. Sulla cultura della Tomei si trovano battute maliziose sui quotidiani dell’epoca a intendere che non le si addiceva il ruolo di governante con cui si schermiva per il popolo, e anche Dell’Arco, tra gli altri, conferma cultura e ruolo in varie occorrenze dei suoi scritti, come riporto nei miei libri.
[18] Cfr. S. Marafini, Semente, op. cit. pp. 120, 122, 123.
[19] Oltre che riferire questi argomenti nel volume S. Marafini, Semente, op. cit, li ho specificamente trattati in S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit.
[20] In questo senso vanno intese poesie collegate tra loro come La guida di Trilussa, Quann’ero regazzino mamma mia dello Studio Trilussa e La speranza di Rosa Tomei. Oltre che riferire questi argomenti nel volume S. Marafini, Semente, op. cit, li ho specificamente trattati in Trilussa, Poesie, BUR, S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op. cit.
[21] Cfr S. Marafini, Trilussa, Rosa Tomei e Lo Studio, op,cit., S. Marafini Trilussa, Poesie, BUR, op. cit. e S. Marafini, Semente op. cit.pp. 185-187.
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